“SICE. Angeli caduti” di Fernando Santini, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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E’ molto difficile scrivere la recensione di angeli caduti.

Libro bellissimo ma tanto complicato, per le riflessioni che è riuscito a suscitare in me.

Santini come ho raccontato nelle altre recensioni, mette alla prova il lettore. Convinto di essere probo, di essere un onesto fino al punto di credere nella giustizia cosi tanto da battersi per lei.

Eppure quando ci sono certi delitti, certe azioni umane la nostra credibilità come aspiranti cittadini, ligi al dovere di proteggere quel patto sociale, le nostre convinzioni hanno due possibilità: o crollano o restano in piedi, seppur con qualche crepa.

Ed è in quel momento che noi possiamo davvero conoscere noi stessi e capire se ci crediamo davvero a cosa predichiamo o lo facciamo per il politicamente corretto.

Perché chi crede nella giustizia deve crederci fino in fondo, anche se la strada è lastricata di orrori, di sassi acuminati, di buche profonde nel quale cadere.

Nel momento in cui, quindi tale percorso è incidentato la tentazione di prendere scorciatoie è forte., tanto forte.

Ma significa abbandonare il concetto tanto amato di legalità e di giustizia. Perché è ovvio e cosi chiaro che non si può combattere l’oscurità se non co la luce.

Non certo con altro buio.

E io sono stra convinta di questa massima, tanto che nonostante viva in un paese che fa del compromesso la sua ragione di esistere, che spesso da schiaffi profondi alla dea giustizia tanto dal asciarla livida e lacera, oggi i dubbi assalgono anche me.

Non fraintendetemi.

Sono sempre sicura che il male non si sconfigge con il male.

Sono sempre convinta che bisogna resistere e non abbandonare mai le proprie convinzioni a favore della via più facile.

Ma.. Spesso la legalità o la legge è stata l’arma del è più forte.

Molte delle infrazioni punite non erano altro che spiragli di libertà da chiudere in gabbia.

Pensiamo al diritto di sciopero.

Per molti paesi esso è totalmente negato tanto che, il suo esercizio è un infrazione.

In altri non è consentito sposarsi, ne amare persone dell’altro sesso. In altri apuesi ancora il diritto alla libertà di espressione, la stampa e internet è assolutamente controllato e negato alla massa.

Insomma tante leggi non sono per nulla in linea con la giustizia, con l’equità e con la libertà.

Eppure lo stato a cui appartiene il cittadino obbliga e lo incita a assecondarlo, a credergli anche a costo della coscienza.

Quindi se vogliamo agire nella legalità non possiamo pensare che, quello che oggi è illegale, un domano invece potrà essere legale.

Uno scioglilingua?

Forse.

Ma è l’amara realtà.

Aborto, divorzio, diritto di voto non erano consentiti.

Ciò non significa che non fossero, però, giusti.

Ecco che bisognerebbe quindi comprendere il concetto di giustizia in un accezione più ampia e slegata dal concetto di stato sovrano.

La giustizia riguarderà, quindi non la morale ossia l’insieme di valori che fondano una comunità coesa, ma l’etica ossia un insieme di valori universali che trascendendo i tempi e lo stato.

E la polizia?

Essa appartiene al diritto dello stato di usare la coercizione qualora non vengano rispettate le leggi.

E si pone di fronte lo stesso dilemma: quali leggi sono giuste e create per garantire la cittadino una vita migliore e il pieno sviluppo della sua libertà e quali invece la ostacolano trattando appunto l’arbitrio come un pernicioso nemico da combattere?

La risposta può essere semplicemente che la persona ha il pieno diritto a svolgere la sua vita senza che qualcuno la ostacoli con i delitti.

In sostanza, nessuno può manipolare, uccidere, derubare l’altro perché sarebbe una privazione della sua autonomia.

E cosi la polizia e ogni agente che combatte il crimine risolve l’annoso problema etico morale con questa semplicità illuminante: l’apparato dello stato diventa cosi non coercitivo, non dittatoriale, non allineato con il potere ma posto a difesa della persona.

Anche se la conclusione non è sempre cosi facile da far combaciare con la realtà, diamola per buona.

Io credo alla polizia, ai carabinieri, ai vigili e ogni altro attore impegnato alla difesa dell’altro proprio perché posto a guardiano della mia di libertà.

Ed è qua che entra in gioco il problema scaturito dalla lettura del libro: se dentro questo settore che deve tutelarmi si annidasse corruzione e delinquenza?

Se invece di proteggere me l’apparato poliziesco proteggesse il delitto?

Di casi come questi ce ne sono, purtroppo, a iosa.

Distintivi che abusano dalla loro autorità.

Persone che per una mazzetta sprofondano nella corruzione.

Difensori non dei cittadini ma dei malvagi.

Allora se il marcio è causa della mia insicurezza, e dell’ingiustizia sociale, ARCO diviene quasi un’isola di speranza.

E se questo avviene è lo stato a perderci.

Consenso, autorevolezza, dignità, legittimità.

Nel momento che anche io dopo aver letto Angeli Caduti mi arrabbio e dico se non ci fosse stato ARCO forse l’orrore resterebbe impunito, allora il problema, la falla nel nostro sistema è cosi enorme che potrebbe crollare.

Tutto.

Allora sapere che il lupo cattivo non è quello che ringhia ma che ti sorride e comprendere che quel sorriso c’è anche chi dovrebbe proteggerti, rompe inesorabilmente qualcosa dentro di noi.

Resto ancora a tifare per il SICE.

Ma con una sorta di occhio verso l’altra faccia di una giustizia che forse giustizia non è.

Ma è la nostra ultima spiaggia.

Stavolta Santini ha fatto centro, un centro che mi ha forse per la prima volta, messa alla prova.

E lo ringrazio per questo, perché è quando dubitiamo che possiamo salvare dal disastro i nostri ideali.

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