“La morte apre una finestra. Mourning Dove mysteries, libro secondo” di Mikel J. Wilson, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

La Morte Apre una Finestra - promo

 

Stavo parlando con una mia amica di come potevo mai recensire, anzi raccontare il secondo libro di Wilson.

Pur avendo la capacità di entrare nel cuore di ogni narrazione, questo dono sembrava quasi silente, nascosto chissà dove a farsi beffe di me.

Ma alla fine le feci la domanda suprema, quella che da quando ho il blog si presenta a ritmo cadenzato alla mia mente: come si può descrivere o solo raccontare la bellezza?

Semplice.

Non si può.

Possiamo solo sfiorarne le superficie nascondendoci dietro colti panegirici di estetica e di armonia, con filosofie più o meno colte, con dettagli e particolari scelti con cura.

Per molti la bellezza è forma, per altri sostanza, e per altri ancora uno strano alchemico mix tra i due.

Definirla è una faccenda che ha da sempre impiegato la mente di tanti egregi studiosi e io non sono nessuno per poterli contrastare o per poter proporre la mia versione.

Quindi una lettura critica di Wilson non è possibile.

Posso però provare a descrivervi perché amo cosi tanto i suoi gialli, perché il libro mi ha catturato cosi tanto facendomi scordare luogo, tempo e persino quel suono incessante di sirene in questo nostro disperato duemilaventi. Wilson scrive gialli classici, nel senso che le sue sono storia con protagonista dei detective che, raccogliendo indizi e spremendo le meningi riescono a sbrogliare la matassa intricata del crimine.

E questo signori miei, seppur considerato banale per i più e’ lo stile più complicato che esista.

Gli indizi non devono essere banali.

Non devono essere facilmente riconoscibili ma al tempo stesso debbono essere identificabili a lettura più profonde.

In una detective stories l’elemento fondamentale è proprio stupire a ogni rilettura, trovare dettagli sfuggiti in un primo momento e ricollegarli al finale che, spesso, è sconvolgente.

Eppure in ogni detective la risoluzione del caso è assolutamente banale e al tempo stesso straordinaria.

Banale perché in fondo il protagonista del delitto è sempre il peccato umano dei più semplici: vendetta, denaro e potere.

Straordinaria perché nonostante si riferisca ai più elementari e oscuri difetti umani è proprio nella particolarità chiamata cervello che si nasconde una genialità che spaventa e al tempo stesso affascina.

In Wilson cosi come in Agatha Christie o Simenon l’omicida è davvero capace di mettere in pratica i più turpi progetti delittuosi con una creatività notevole. In tal caso il delitto è davvero una terrificante opera d’arte.

E stravolgere questo quadro considerato perfetto è il compito di ogni investigatore.

In tal caso il nostro Emory e il nostro Jeff rappresentano il dato stonato, quel colore sgargiante che deturpa e distrugge il progetto artistico ideato dalla mente criminale.

E’ questo che rende il detective inquietante e affascinante, esso è l’unico in grado di orientarsi nell’enigmatico labirinto del Minotauro e utilizzare gli strumenti adatti non solo per uscirne indenne, ma anche per scovare il mostro, illuminarlo con la luce della ragione e semplicemente annientarlo, togliendogli il manto intrigante dell’invisibilità.

E cosi in tutto il nostro libro una certa dosa adrenalinica di mistero sembra agitare la placide acque del consueto.

Intricato ancor più una vicenda che appare davvero assurda. In quell’assurdità di un omicidio senza apparente movente, di muovono i nostri due eroi, sempre più umani, sempre più decisi, in particolare Emory a trovare se stesso.

E cosi ecco il secondo elemento che mi fa innamorare di Wilson: la risoluzione del caso è anche una discesa nel mondo interiore.

Perché per riportare l’armonia e la giustizia nel regno sconvolto dal caso, dobbiamo prima illuminare gli antri bui di noi stessi e fungere da vere fiaccole umane, capaci di brillare nel buio dell’incoscienza.

E il buio nasconde, purtroppo, una realtà molto poco nobile che ha come intento quello di far primeggiare il potere della ricchezza a discapito dell’umanità.

In questo libri gli unici autentici esseri umani nel senso pieno del termine, sono i due investigatori posti a loro malgrado, negli angoli della società. Mentre le forse ufficiali brancolano nel buio e non hanno nessuna volontà di fissarsi sui dettagli infimi, loro due da quella posizione privilegiata riescono a cogliere una visione d’insieme che non fa altro che portare alla verità. Cambiano prospettiva perché non adombrati dalle consuetudini e dai bavagli del politicamente corretto.

E comprendono che è dal dolore di chi viene cacciato dalle proprie case, a causa della consuetudine dell’esproprio che si deve ripartire.

E cosi la vicenda si capovolge e ancora una volta il protocollo viene gabbato dal coraggio di chi osa andare dove il buio nasconde i suoi segreti.

Un libro da leggere e rileggere, due personaggi da amare e sopratutto una domanda che ci impone una risposta:

«Perché vivi?»

«Che vuol dire?»

«Perché sei vivo? Perché sei qui sulla Terra? Cerca di capirlo, e allora saprai cosa fare.»

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