“Botteghe di città” di Ruggero Ruggeri, Policromia. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono libri che intrigano ma che lasciano un senso di indefinita insoddisfazione.

Stilisticamente perfetti, dalla trama senza buchi o sbavature, precisi e coerenti ma terribilmente scontati.

La banalità si manifesta in modo molto sottile, nulla di potente piuttosto una scia che ti si attacca all’anima e non la fa vibrare, come dovrebbe vibrare dopo un viaggio nel regno della narrazione.

Manca il dato che sconvolge, che stupisce e stravolge, manca quel colpo di scena che ti fa dire wow finalmente qualcuno mi mette alla prova e mi fa dubitare del mio fiuto.

Questo capita a chi come me legge tanti, forse troppi , gialli, noir e thriller trovandosi spesso ad anticipare gli eventi e le indagini fino a sapere cosa aspettarsi alla pagina seguente.

Cosi il mio ego si ingigantisce e …non si stupisce più.

Lasciandomi sicuramente un amaro in bocca difficile da digerire e un senso di frustrazione lieve eppure presente, difficile da ignorare.

Ero, quindi alla ricerca di qualcosa che uscisse fuori dagli schemi dove la logica veniva abbandonata in favore del dato che stona e dove le apparenze fossero labili come nebbia che, una volta dissolta lasciasse intravedere un ghigno ironico, sarcastico e vincente capace di dirmi stavolta di ho gabbato.

Botteghe di città è quel libro.

Inizia come un classico noir fino a che decide impudente di strabiliarmi proprio per uno strano ribaltamento di ruoli: l’amore che non è amore, il malvivente che risulta straordinariamente simpatico e istrionico e una giustizia per cui è molto difficile, credetemi, tifare.

E attraverso rocambolesche avventure, inframmezzate da momenti di passione vecchio stile casanova, la narrazione prosegue senza, e sottolineo senza, lasciarti scampo.

Si legge tutto di un fiato botteghe di città.

Ci si immerge nei vicoli conosciuti e al tempo stesso tutti da scoprire, tra tentativi di tornare a impersonare i panni dell’uomo vincente.

E cosi il nostro protagonista non ci sta a cedere il suo potere e ammettere che, si proprio quel sentimento celebrato da Dante, in fondo lo lasci sconfitto e abbattuto.

Vuole riparare ai suoi sbagli divenendo più scaltro, più intelligente e più acuto in modo da risalire su un carrozzone che non è altro che una fantastica commedia dell’arte, dove la vita, quella vera che spogliata dai lustrini semplicemente recita se stessa.

Il finale vi lascerà sorridenti e spiazzati con una sorta di riverita ammirazione per uno strano antieroe, totalmente diverso da quelli propostoci dai classici noir, un po’ sfortunato ma sempre capace di cadere in piedi.

E forse in fondo non è il denaro che manovra i fili: ma la volontà caparbia di proteggere la propria identità messa a rischio da una mora ombrosa e cosi perfida da usare lunghe ciglia per ammaliare l’Ulisse di turno.

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