“Petali dall’inferno” di Maurizio Galante, Scatole Parlanti editore. A cura di Francesca Giovannetti.

petali.cover

Cupa. Un’opera decisamente cupa e avvolgente, che lascia addosso la sensazione di buio, nonostante la lama di luce che acceca un finale fuori dall’ordinario.

Una discesa in due esistenze buie, quella dell’appuntato Carlo Malatesta e del giovanissimo Angelo Gabriele Arca, che attraverso la sua voce registrata su nastro, narra oscure vicende soffocate in una paese descritto come al limite della realtà.

Un carabiniere poco affidabile e con il vizio dell’alcol diventa instancabile persecutore della verità.

Un trama fatta di poco bene e troppo male, di peccatori senza santi.

I petali dell’inferno sono quelli del roseto di cui il piccolo Angelo Gabriele di prende cura.

Impossibile non accostare a ciò la rosa di Saint-Exupéry, simbolo del bisogno di attaccamento, di costruzione un rapporti, di prendersi cura di qualcosa che sia altro da sé, nella speranza di non sentirsi soli.

Perché essenzialmente le vite dei due protagonisti sono segnate dalla solitudine e dall’isolamento, forzato o voluto.

Con uno stile crudo e raccapricciante, degno del miglior genere noir, l’autore ci guida nel labirinto onirico di fede e visioni, di falsi miti e promesse infrante. Personaggi biechi e oscuri, come tutta l’atmosfera del romanzo.

Non c’è luce per il lettore, come non ce n’è per i protagonisti.

Avvolti in una nebbia grigia e malvagia ci si muove all’interno della trama, che si snoda a poco a poco. I misteri vengono svelati, senza rullo di tamburi, ma con l’impassibile ineluttabilità di un destino già malevolo.

Eppure…

Eppure l’autore ci dona un finale da brivido, dove la compostezza agghiacciante del racconto è spezzata da una ritorno all’indagine nel senso più puro, nella ricerca e nella apparizione di elementi concreti ed empirici.

Un cambio di rotta che spiazza e dà immenso valore a una trama dolorosa.

Consigliato.

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