“Victorian Solstice. Volume due” di Vittoria Corella e Federica Soprani, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

Nei bassifondi sembra non filtrare mai la luce.

Solo melma e limiti oramai cosi superati da mostrare volti abbrutiti di uomini che si sono dimenticati di esserlo.

E in questo palcoscenico ombre si agitano e recitano il loro copione sperando di mantenere una parvenza di umanità.

E’ il momento di passaggio in cui la luce lascia il posto all’oscurità lasciando che essa detti le sue leggi.

E cosi i mondi si dividono nettamente: da una parte quello della realtà abitata dai probi e dai fortunati.

Dall’altra lo scarto che si nutre del silenzio e dell’invisibilità.

Una Londra brulicante di vita, nel pieno del suo vigore che si mostrava fiera dominatrice di un mondo che imparava a dosare il proprio potenziale nell’alambicco di una tecnologia che sfrenata ballava una sua strana danza.

Londra vittoriana, nel suo splendore incapace di osservare e dare la giusta dimensione all’altra parte di sé, quella in cui la puzza delle fabbriche si sposava in un matrimonio affatto felice, con quella abiezione umana.

E così dietro le strade illuminate dal miracolo dei primi lampioni, esistevano altri livelli di realtà laddove l’inconscio e l’istinto dettavano strane regole contrarie e antagoniste alla civiltà così come essa doveva splendere per rendere una nazione pregna di bruciante orgoglio.

Nei Docks oppure nella famigerata Whitechapel, il marcio prendeva vita e dominava ghignante e beffardo, esaltando quasi quella parte di Londra che sembrava solo un misero spettacolo di luci e fasti di cartone.

La realtà per Victorian Solstice è negli angoli della strada.

E’ nelle avventure dei nostri due perduti, il puro e il messaggero dei morti.

E’ nelle catacombe di Londra, dove un altro impero prosperava accogliendo tutti coloro che non erano affatto esempi di una razza vincente.

E cosi i due racconti si dipanano proprio in questo costante orrore. Borghesi arricchiti che per compiere il balzo verso la rispettabilità usavano gli unici mezzi a propria disposizione.

Uomini buoni costretti da un’assenza di leggi e giustizia a scendere a patti con la brutalità.

E uomini di legge privati di ogni etica, lasciati allo sbaraglio con il senso di colpa di aver, in fondo, stretto un patto complice con la corruzione. Eppure…in questo caleidoscopico di bruttura la capacità umana ancora riesce a emergere.

E’ nel fango che nascono, in fondo, le rose più belle, nonostante i tentativi di creare solo tanfo.

In questi due racconti dove il vittoriano mostra la sua purulenta faccia bitorzoluta, c’è posto anche per la bellezza di sentimenti resi ancora più puri dal tocco dell’abisso.

Boudicca, fiera come la guerriera di cui porta il nome e al tempo stresso eterea come le bellissime Divinità celtiche.

Capace di lasciare che sia il cuore a parlare fino a rinunciare a ogni fittizio beneficio solo per..amore.

Si amore.

Quel sentimento bistrattato, umiliato, reso osceno dalla nostra vigliaccheria.

Reso parte di una materia che rischia di soffocarlo, qua in questi due racconti, mostra la sua grande unica forza quella di resistere al vizio e alla corruzione.

Quello di illuminare i volti più provati, sfregiati,resi orribili dalla società che non crea più uomini ma burattini.

E cosi Mary Ann seppur una semplice puttana, in questo libro si erge regale come un antico racconto, quello di antiche muse capaci di restare pure, nonostante la costante venerazione per il piacere del corpo.

E cosi il suo essere puttana ritrova il senso antico di putain, donna sacra, che con l’amore carnale permette al poliziotto perduto di non cedere alle lusinghe dell’abisso.

E di principi che nonostante la loro trasformazione in orchi o bestie, sanno ancora vibrare la suono di una carezza.

E a farli vincere su ogni compromesso saranno proprio i numi dei perduti Shemaldine e Jonas.

E forse proprio perché l’abisso lo conoscono e fin troppo bene, sanno porgere una mano guantata a chi immerso in quell’oscurità stenta a vedere le stelle.

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