“La Caccia allo slualo” di Lewis Carroll, Biblion edizioni. A cura di Alessandra Micheli

E’ difficile raccontarvi perché io ami cosi profondamente il mio Lewis Carroll.

Sono racconti per bambini, direte voi.

Era un tipino strano diranno altri.

E poi troppi non sense, non va bene questa lettura per le persone colte e di intelletto sottile.

Cosi pensano molti quando mi chiedono chi è il tuo autore preferito e faccio il suo nome.

E racconto quante volte nelle notti buie e senza luna, disperate e ricche di dolore io mi rifugi in alice e nei suoi folli personaggi.

E credetemi chi scegli il wonderland come isola felice, non lo fa affatto per scappare dalla realtà.

Anzi.

Forse cerchi davvero l’altro lato del diamante, l’altra sfaccettatura, l’altro angolo.

E qua bisogna aprire un discorso sul non sense presente in ogni sua opera. Per molto tempo si è disquisito che tipo di beneficio avesse questo tipo di letteratura. E’ una nuova forma di analisi semantica?

E ‘un mero tentativo di criticare la società vittoriana cosi ligia alle regole e alla logica?

E intanto mentre i dotti e i sapienti discorrono io scuoto la testa e mi rendo conto, come direbbe il mio amato cappellaio sono sempre più convinta che continueranno a guardare il dito e mai la luna che esso indica.

Il senso del non sense non esiste.

E’ proprio una sorta di rivolta ribelle e impertinente verso quella follia tutta umana di cercare assolutamente un senso anche quando esso non si trova.

Perché la vita è qualcosa di molto più particolare di un rigor logico, di un preciso schema razionale e di un susseguirsi di dati.

Noi del mondo diurno siamo convinti che due più due fa quattro.

E probabilmente in questa porzione, piccola e fragile di reale è proprio cosi. E siccome è tranquillizzante avere questa gerarchia di significati, da una certa serenità racchiudere tutta la vita nel concetto, noi prendiamo per buono una parte dell’esistenza convinti che sia il tutto.

Ma come ci ricorsa un altro folle, Bateson che asseriva:

la mappa non è il territorio.

E ogni tanto nelle brume dell’ignoto fanno capolino volti che non appartengono a queste strutture fatte di regole e dimensioni. Le chiamiamo incubi e le connotiamo di ogni male, di ogni orrore possibile, facendole diventare il nostro peggior nemico.

E cosi l’eterno, il soprannaturale diventa horror.

Diventa il bizzarro da cui fuggire.

Anche il fantastico è oggi divenuto solo un modo coerente per dar vita a mondi strutturati.

Si urla spesso dobbiamo cercare di dare le nostre leggi anche la numinoso. Con il rischio di farlo diventare soltanto una distorsione del mondo che noi conosciamo.

Ecco il non senso non ha senso.

O per lo meno non quello a cui siamo abituati.

Ed è per questo che il bizzarro speventa più di qualsiasi libro pieno di splatter.

È strano ma conosco persone che trovano spaventoso Carroll.

Perché non trovano sicurezza in lui.

Ci sono nomi strani, ci sono esseri contro natura. Ci sono leggi sovvertire e proporzioni totalmente sbagliate.

Un po’ come quei deliranti quadri in cui le scale sono sottosopra.

Avete presente Escher?

Era cosi irriverente che immaginò una casa non casa.

Eppure quei quadri rispetto a chi definiva le coordinate umane con rigoglioso cipiglio a me danno un grande meraviglioso senso di libertà. Cosi come leggere Carroll.

Finalmente posso essere folle, totalemente irrazionale.

Posso recitare urlando la poesia del Gabervocco.

O leggere ridendo la caccia allo slualo.

Una caccia assolutamente inutile non solo perché nessuno saprà mai cosa sia davvero questo slualo. Ma proprio perché nel mondo di Carrol e nel mio, la caccia faccenda umana non ha proprio posto.

Noi sovvertiamo dispettosi ogni regola.

Ne costruiamo di nuove e rifiutiamo il senso logico di ogni parola, persino l’etimologia e la semantica in modo ribelle.

E ridiamo delle vostre facce sconvolte.

E cosi la caccia che appartiene al vostro reale diventerà solo l’impresa di un patetico stolto cavaliere contro i mulini a vento.

Lo slualo è l’impossibile reso manifesto.

Non ha regole è assurdo.

Ed è per questo che magari lo troverete a un tè folle, con folli e colorati personaggi, totalmente derisori conversando magari con la Balena bianca del capitano Achab e discutere del perché un corvo assomiglia a una scrivania.

Non serve a nulla provare”, disse Alice

“Non si può credere alle cose impossibili”.

“Oso dire che tu non hai molta pratica”, affermò la Regina.

“Quando avevo la tua età, facevo sempre questo esercizio per mezz’ora al giorno.

Diamine, certe volte ho creduto fino a sei cose impossibili prima di colazione!” 

Lewis Carroll

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