“E sia” di Grazia Procino, Luciano Ladolfi editore. A cura di Aurora Stella

Ho un solo modo di definire questa raccolta di poesie: classica. Tuttavia, non lo farò con l’accezione odierna del vocabolario

“Di realizzazione spirituale e culturale degna di studio ed elevata a modello; esemplare, fondamentale: un’opera ormai c.; per antonomasia, dei documenti e del mondo stesso dei Greci e dei Romani antichi”,

ma con quella che Giulio Carlo Argan le conferisce quando parla di arte: “Classico implica una concezione totale del mondo.”

L’ho evidenziato volutamente in neretto, dal momento che lo scritto non può urlare, anche se vorrei potesse farlo.

Di questa raccolta potrei prendere qualunque estratto ed esso mi indicherebbe sempre una concezione totale del mondo. Per questo motivo, mi limiterò a portare due esempi che per me sono rappresentativi e, per farvi comprendere meglio il nesso tra i versi di Grazia Procino e la definizione di classico, vi invito a seguirmi e a dare uno sguardo alle opere greche, in particolare a due artisti in contrapposizione: Fidia e Skopas. A onor del vero devo specificare che i due non erano in contrasto perché si sfidavano (son vissuti in tempi diversi), ma perché le loro opere rappresentano l’alpha e l’omega del termine classico, secondo la definizione di Argan. Perché, per ogni buon artista greco, la concezione dell’arte era una concezione universale.

Avete presente quei bei capitelli con le foglie di acanto? Ebbene, quella stilizzazione della foglia di acanto era riconosciuta in tutto il mondo greco. Chiunque sollevava lo sguardo verso un capitello corinzio, era conscio di ammirare non delle banali foglie di acanto scolpite nella pietra, ma l’essenza stessa della pianta. Essa era racchiusa nel capitello ed era un linguaggio universalmente conosciuto.

La matematica, il pensiero, la filosofia, la culla di quella che definiamo civiltà occidentale nacquero là e trovarono (in campo artistico) la loro massima espressione con Fidia (nel Partenone, nelle proporzioni auree, nel rettangolo aureo). Erano delle certezze universali espresse anche nell’arte: un linguaggio universale, appunto. Tuttavia, queste certezze si incrinarono con Skopas, nella consapevolezza che ciò che un tempo era ritenuto il massino, adesso veniva messo in dubbio.

Ed è esattamente ciò che accade in questa silloge.

Attraverso figure come Prometeo, Cassandra, Odisseo, l’autrice ci guida in un viaggio universale. Non c’è poesia, al mondo, che non tratti di temi comuni all’umanità quali la vita, la morte o l’amore. Pochi lo fanno però con uno sguardo rivolto a quelle figure che per millenni ci hanno accompagnato. Immagino e a volte invidio, quell’umanità che rivolgeva speranzosa uno sguardo alle stelle inventando storie, in un tempo in cui l’unica tecnologia a disposizione erano le narrazioni intorno a un fuoco, che fosse di bivacco o domestico. Racconti che parlavano di eroi, miti che evocavano la nascita e la morte di ogni cosa. Come dal Caos, prima gli dei e poi l’umanità, trovassero il loro spazio e il loro tempo.

Nelle loro descrizioni quei curiosi Dei erano antropomorfi, fragili e capricciosi, vivevano arroccati sul monte Olimpo e l’unico fattore che li rendeva diversi, speciali rispetto agli uomini, era l’immortalità mantenuta con nettare e ambrosia. Creatori imperfetti di creature imperfette, tutte sottoposte a una volontà più grande a cui nessuno, mortale o immortale, poteva opporsi: il Fato.

È leggendo queste parole che vi accorgerete che esse travalicano gli eoni del tempo.

Fortunato chi ha radici.

Un’Itaca e una Penelope dove ritornare.

Le Sirene a impedire il viaggio,

i Ciclopi a mostrare che un altro mondo esiste,

Circe a cospargere di lussuria il corpo già madido di sudore,

Nausicaa a ricordare il tempo che fu,

i Proci pronti a portar via quello che è tuo di diritto,

ma tu sei Odisseo,

un padre e un marito,

un uomo che sa piangere.

Chi di noi non è stato Odisseo nella sua vita con mille peripezie e difficoltà e, a sua volta, Nausicaa, Penelope o Circe nella vita di qualcun altro?

Ecco cosa intendo quando parlo di universalità, quando parlo di classico. Leggendo questi versi nuovi, ma dal sapore antico, riscopro la vera essenza del mio essere umano. Quella scintilla a volte pazza a volte fioca che illumina le menti fin da quando sollevammo il nostro sguardo al cielo.

Un cielo dove non sempre splende il sole e dove il Fato ci ricorda che non può essere ingannato, benché con tutte le forze desideriamo il contrario.

Incede stravolta

Il sangue è solo tormento

Per la figlia di Ecuba,

punita dal dio amante dei poeti.

Tutti la guardano

Ora che sanno di avere sbagliato

A deriderla quando tracciava

Ampie e furiose

Le strade della sciagura.

Sa sempre il rifiuto degli ottusi,

sa che i fili d’erba serbano

i furori di eroi a Troia. Eppure,

al momento di partire non dice nulla,

è stanca di una volontà negata.

In questi versi, che io trovo straordinari, c’è tutta la potenza di quello che chiamiamo destino e l’impossibilità di ribellarsi ad esso anche quando si ha la vista lunga e si può sbirciare tra le pieghe del suo mantello, quando l’unica soddisfazione che resta è quella di dire “te l’avevo detto”. Qualcosa di simile deve essere capitata a Skopas. Lui che nella sua arte ha impresso il dolore e la profezia della fine di un’era che cittadini troppo miopi non avevano mai creduto potesse accadere e nel corpo scosso della menade, come una moderna Cassandra, l’artista guarda la fine annunciata di un’era, così come nella nostra vita usciamo sconfitti da un drago che sapevamo già, molto prima di affrontarlo, che ci avrebbe dilaniati.

È il destino del poeta e di coloro che amano la poesia: quello di svegliarsi prima degli altri, captare suoni che molti non sentono e volare più in alto di tutti anche se in terra arranchiamo. Non sono io a dirlo, ma è Baudelaire nell’Albatros o Leopardi nella Ginestra…

Non mi resta che lasciarvi gustare queste pillole classiche e, oserei dire, immortali parole e , se potete, rendete omaggio a quegli dei pagani, a quegli eroi antichi che tutt’oggi vivono ancora dentro di noi proprio perché deboli, fallaci e costretti a recitare un copione già scritto, abbiatene rispetto perché in questo viaggio universale, a turno, sul palco a recitare qualcosa di già detto o scritto, ci siamo anche noi.

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