“Cani da riporto” di Salvo Barone, Edizioni Il vento antico . A cura di Alessandra Micheli

Il titolo è uno schiaffo sulla faccia.

Salvo Barone non va leggero affatto nel suo giallo che nulla ha da invidiare a quelli di Grisham. E noi, in Italia di scandali finanziari ne abbiamo a IOSA tanto da poter servire da materiale per lo scrittore per secoli.

E secoli.

La trama è apparentemente semplice un importante manager presidente del più potente gruppo bancario sparisce nel nulla.

In silenzio.

La prima impressione è il solito furbetto che complice un cospicuo patrimonio nascosto in chissà quale paradiso fiscale, ha deciso di tagliare la corda a godersi la vita tra donne champagne e locali lussuosi.

Se non che il suo amico del cuore, nonché direttore generale di un altra società del gruppo, viene trovato morto.

Eh no ragazzi la storia inizia a stonare.

E in più stona e puzza, e fornisce un certo malessere profondo il fatto che qua si parli di finanza.

E ritorno al punto di partenza certi scandali italiani, certi porti oscuri a volte superano la fantasia di uno scrittore.

E cosi cani da riporto smette di indossare i panni del giallo per divenire un acuta riflessione non tanto sui mali del capitalismo, quanto sul modo sfrenato e quasi spregiudicato che, i detentori di un certo tipo di potere quello economico hanno di porre i propri interessi personali al servizio del potere, politico e giudiziario.

E quello che si rivela e ce lo rivela il titolo stesso non è tanto la solita accusa tra etica annichilita che divide il mondo tra buoni e cattivi, tra bravi servitori dello stato e crudeli arraffoni e affaristi.

Perché vedete complice una certa visione fornitaci dai media, o una certa diciamocelo manipolazione cognitiva, noi tendiamo a vedere il manager corrotto come il nuovo perfido figli odi mammona.

E questo sapete cosa significa?

Che assicurata alla giustizia la mela marcia, l’intero paniere devotamente al servizio della comunità, si redime agli occhi di una popolazione che giudica indispensabile un certo tipo di sistema economico.

E questo sistema economico, ovviamente comporta anche una determinata stratificazione sociale.

Che è considerata legittima.

C’è che domina e chi è dominato.

C’è chi in nome dell’interessa nazionale e in nome del diritto al lavoro, sacrifica gli altri ininfluenti diritti del cittadino.

Come che so la salute.

Il buon padre di famiglia deve sacrificarsi per il bene della nazione che deve brillare florida e della propria prole che, se debitamente istruita o corrotta, diventerà forse chissà probabilmente, un giorno la punta di diamante delle élite privilegiata.

Che badate bene non è felice affatto della responsabilità che gli è stata elargita dal popolo, ma la subisce tutto in nome di un fantomatico bene comune.

E se qualcuno si permette di uscire fuori dai limiti, di delinquere, viene semplicemente rimosso o eliminato. Non fisicamente magari, ma sicuramente la sua reputazione ne esce compromessa.

E qua eccoci al titoli del libro.

Cani da riporto.

E cosa sono mai?

Nel gergo del cacciatore colui che alla fine comanda, leggete bene,che dirige tutta l’azione e la scenografia della caccia, sono quei segugi che, liberamente privati del loro atavico istinto alla cattura, vengono addestrati semplicemente a riportare al padrone la preda.

Sembrano i protagonisti di questa commedia sanguinosa.

Eppure non sono altro che emissari.

Dietro le quinte a godere della selvaggine c’è il tronfio cacciatore.

Lui spara, mira alla preda, ma non si sporca certo gli stivali.

Esiste il cane da riporto.

E sapete la cosa inquietante e buffa?

Un cane ha l’istinto di cacciare e di godere del suo bottino.

Un cane ha la stessa volontà di un felino quello di non solo procacciare ma di stabilire la gerarchie naturale.

Un cane da riporto, che non addenta la preda ma è stato abilitato a portarla intera al padrone, non è che un essere snaturato, privato di identità e forse oso dire manipolato.

Tanto che l’educazione e il suo apprendimento, non hanno la finalità di farlo crescere o evolvere.

Ma semmai far crescere e evolvere il cacciatore.

E cosi mentre noi siamo felici dei mille processi a carico di Tizio E Caio, non ci accorgiamo che essi…sono semplici comparse.

Ricche, forse apparentemente potenti.

Ma solo comparse al servizio di un sistema divenuto reale, arcontico che aspetta sorridente e paziente i frutti del suo preciso colpo di fucile. Peccato che colpisca sempre l’umanità.

Il cittadino e i suoi diritti che in questo libro, cosi come nella realtà sono considerati irrilevanti.

Il lavoro, la produzione, la realizzazione di una perfetta catena di montaggio sono l’unico valore su cui sputare sangue, su cui sacrificare sogni e persino ideali.

I manager di questo testo non sono i vincenti.

Visti dall’ottica dei cani di riporto non sono altro che perdine di una scacchiera che si è animata per qualche oscuro incanto negromantico.

E si nutre, ride e cresce grazie alla sua natura vampiresca che gl ifa succhiare ogni energia, ogni ideale asservendolo ai suoi oscuri propositi. Che sono quelli di prosperare come un organismo parassitario fino ad annientare la società che gli ha permesso di..dominare.

Enzo Biondo nato in seno a una realtà cruenta ma più reale di quel mercato che non è altro che un nome a cui è stato donato un sostanza, si trova completamente disorientato.

Non ha valore, non ha più valore la sua esperienza con un crimine oscuro, aberrante ma corporeo.

Deve cambiare pelle.

Deve entrare a contatto con concetti.

Solo concetti, solo nomi e definizioni che per ironia della sorte, sono vivi. Reali soltanto perché qualcuno è convinto che sia cosi.

Barone mette davvero in scena il vero potere.

E mi chiedo se saremo coraggiosi cosi come lo è stato Biondo, di osservare il vero omicida negli occhi, quello che convince un uomo che il suo delinquere è per la ragion di stato e corrompe un idealista convincendolo a fare un patto con le tenebre.

Prima devo chiarire un concetto. Non sono i manager a dettare le regole del gioco: il sistema è questo. Noi siamo i custodi del benessere in cui credono le società evolute. Ci viene affidata la ricchezza di tante persone e abbiamo un solo compito: creare e riportare indietro valore. Siamo cani da riporto – ripeté. – Per questa ragione non possiamo avere tentennamenti o fare concessioni al sentimento. È il nostro dannato lavoro. O il gioco, se preferisce. Prendiamo il legnetto che qualcuno lancia e lo riportiamo indietro. Siamo addestrati da un cervello planetario che ridisegna le società e le economie. E noi, correndo, ci ossigeniamo il cervello. Respiriamo l’aria dell’ordine sociale sino a quando non ci tolgono di mezzo, sostituendoci.

Un pensiero su ““Cani da riporto” di Salvo Barone, Edizioni Il vento antico . A cura di Alessandra Micheli

  1. Pingback: La recensione di Cani da riporto a cura di Alessandra Micheli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...