La sezione viaggio attraverso la storia presenta “Truppe Ausiliarie e Coloniali”. A cura di Alfredo Betocchi

In ogni tempo, gli Stati conquistatori hanno sempre cercato di coinvolgere le popolazioni sottomesse, con blandizie e promesse di guadagno o con il terrore di terribili punizione, per arruolarle nel proprio esercito imperiale.

Omero stesso ci rammenta guerrieri “dal viso bruciato”, ma annoverati tra i più saggi degli uomini, accorrere in aiuto delle schiere troiane. Erano gli Etiopi.

Anche il Grande Re Serse, intenzionato a sottomettere gli orgogliosi greci, manda araldi per le vaste contrade del suo sterminato impero per arruolare, con le buone e con le cattive, un immenso esercito. Tra le sue truppe, dicono le fonti antiche, vi erano uomini dalla pelle scura, forse egiziani o sudanesi.

I Romani avevano intere legioni formate da guerrieri provenienti da terre sottomesse e credute fedeli, anche se poi l’abuso del loro utilizzo portò l’impero romano alla rovina. Roma infatti cadde per mano di coloro che dovevano difenderlo, i barbari.

In tempi più moderni, l’Impero britannico, ha insegnato a tutte le altre nazioni coloniali come si gestiscono le popolazioni assoggettate: moderata autonomia ma ferrea fedeltà alla Corona e nessuna pietà per i ribelli. Ovunque nel mondo gli inglesi hanno formato generazioni di truppe coloniali: in Arabia, con gli ausiliari dell’Aden Protectorate Levies, con i Gurka indiani e tanti altri corpi scelti.

Gli italiani si sono affacciati da conquistatori per ultimi in Africa nel XIX secolo. A quell’epoca quasi tutto il Terzo Mondo era occupato da sei potenti nazioni europee: il Portogallo, la Spagna, l’Inghilterra e in misura minore la Francia, il Belgio e l’Olanda. Alla fine dell’Ottocento fu calcolato che gli Stati coloniali controllassero circa 30 milioni di Kmq di territori in tutto il mondo.

Queste Stati vantavano secoli di brutale dominio sugli altri continenti, così l’Italia per farsi un pochino di posto, dovette sbarcare in terre aride e avare di risorse come l’ Eritrea, la Somalia e la Libia.

Si cominciò in sordina nel 1882 comprando, tramite la Società di Navigazione Florio-Rubattino, (la stessa che aveva fornito le navi a Garibaldi per la spedizione dei Mille), la baia di Assab, in Eritrea.

L’idea non era peregrina perché da quel porto passava il 90% del traffico con l’Oriente, via Suez, canale aperto dal lavoro italiano nel 1869.

A quell’epoca non erano ancora state scoperti i ricchi pozzi di petrolio né si conosceva il platino. In quelle terre c’era poco da barattare tranne che poche spezie e qualche casco di banane.

Alle grandi potenze questo stava bene; gli italiani andavano per dissodare aridi campi o raccogliere pochi amari frutti facendo inoltre ardite spedizioni all’interno del continente. In una di queste, vennero massacrati molti nostri connazionali. Questa fu la nostra “Danzica” in Africa.

Nel 1884 gli italiani, sbarcati in forze a Massaua, pensarono bene di coinvolgere i giovani locali nell’opera di penetrazione dei nostri contingenti in Etiopia. Furono arruolati i primi 100 “Basci Buzùk”, cioè “Teste Matte”.

Quattro anni dopo, erano già 2000 inquadrati in tre Orde: Interna, Esterna e Mobile.

Costoro facevano, per così dire il “lavoro sporco”, monitorando il territorio e aiutando le truppe regolari nella penetrazione nel continente.

Nel 1901, le Teste Matte furono definitivamente sciolte e sostituite con regolari truppe indigene che furono chiamate Ascari (dall’arabo = Soldato) e resi autonomi.

Ciascun Reggimento aveva il suo gagliardetto e un motto.

Gli Ascari furono truppe veramente fedeli all’Italia, partecipando, oltre che a fatti d’armi, anche nella pacificazione della Libia.

Durante la guerra contro l’Etiopia, (1935-36) e gli inglesi, gli Ascari più di una volta si distinsero per azioni eroiche di guerriglia in campo aperto.

Alcuni nomi di scontri più famosi: la battaglia di “Passo Mecàn” nell’aprile 1936 e quella di “Cheren” nel maggio 1941.

Gli Ascari venivano volentieri utilizzati anche nelle operazioni anti-guerriglia in Libia e nell’Etiopia, dopo la conquista dell’Impero.

Durante la II Guerra Mondiale, però, questi soldati di colore vennero impiegati per lo più in compiti di guarnigione.

Non era abitudine del nostro Esercito decorare le truppe coloniali; fece eccezione lo “Squadrone Zaptiè di Manovra”, creato nel 1916, che partecipò a tutte le operazioni in Tripolitania. Per la sua irruenza e il suo sprezzo del pericolo fu definito “La Nuova Pastrengo” e gli fu concessa la Croce di Guerra al Valor Militare alla Bandiera, per la difesa di Sidi El Barrani nel 1923.

In Somalia, dal 1924, vennero arruolati uomini coraggiosi e prestanti, come sono gli abitanti di quella terra. Furono istituite “Le Bande Armate di Confine”. Questi elementi irregolari venivano chiamati “Dubat” (da Dub = turbante e Ad = bianco).

Per la loro mobilità e la loro audacia furono soprannominati “Bersaglieri Neri”.

Furono utilizzati in azioni di guerra fino alla caduta del nostro impero.

Oltre che cercare rogne nell’Africa nera, l’Italia pensò bene di impelagarsi anche contro gli arabi del Maghreb. Mentre Francia ed Inghilterra litigavano per spartirsi il nord Africa, l’Italia, astutamente si inseriva nella “querelle” tra le due potenti nazioni ottenendo il via libera per l’occupazione della Libia.

Nel giro di un anno “lo Scatolone di Sabbia”, com’era chiamata, diventava colonia italiana e il nostro esercito organizzò, come nelle altre colonie, truppe volontarie autoctone.

Questi combattenti erano vestiti con indumenti molto pittoreschi. Burnus rossi (specie di mantelli) con i cappucci, alamari bianchi e barracano bianco. Potevano portare la sciabola, un lungo coltello e, naturalmente il fucile, modello “1891”. Si dotarono i reggimenti anche di mitragliatrici “FIAT 1914”.

Bisogna ricordare, inoltre, i guerrieri arabi, ausiliari in Tripolitania, che montavano dromedari veloci adattissimi alle sterminate distese di sabbia del famoso Scatolone.

Queste truppe dette “Meharisti” (da mehari = dromedario) furono creati nel 1912, in occasione della guerra contro la Turchia. Nel corpo, c’erano pure eritrei.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale i Meharisti vennero sciolti dagli inglesi anche se, con l’avvento dei mezzi motorizzati più moderni il suo utilizzo divenne obsoleto.

In Libia vennero utilizzate, dal 1912, anche truppe locali a cavallo, detti “Savari” (dall’arabo “Cavaliere”). Parteciparono a tutte le battaglie contro i Turchi, furono poi impiegati nella Campagna Etiopica del 1936 e durante la II Guerra Mondiale.

Nel 1916 furono arruolati, come guardie di frontiera, truppe speciali di locali, detti “Spahis” (dal’iranico Sipari = soldato). Ad essi veniva affidato un fucile e spesso anche un cavallo. Erano guerrieri adatti alla guerriglia, all’esplorazione e ai colpi di mano. Combatterono contro i ribelli libici, gli etiopi e le truppe britanniche in Etiopia. Dopo la II Guerra Mondiale, anche questo Corpo fu sciolto dagli inglesi.

Ricordiamo, per finire, che nel periodo del Mandato italiano in Somalia, (dopo il 1945), venivano arruolati giovani autoctoni nelle file del nostro esercito.

Essi venivano inviati in Italia per regolari corsi di studio e carriera. Una volta diplomati erano di nuovo mandati in Somalia con compiti di polizia e controllo delle frontiere. Con l’indipendenza di quello Stato, tutto questo cessò.

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