“Cemetery road” di Greg Iles, Harper Collins. A cura di Alessandra Micheli

Una strada.

Una semplice strada.

Con un nome evocativo, che è quasi una sentenza che pende sul capo dei cittadini del Mississipi.

Eppure il fiume è simbolo di vita e gli scorre accanto donando una particolarità alla gente del sud: il fiume insegna la vita.

Con le sue correnti e la sua stasi, i vortici e persino un certo suolo melmoso.

Cosi come certi avvenimenti che ti inglobano, ti si appiccicano sulla pelle e ti trascinano nei fondali, a marcire assieme alle alghe.

Sono le perdite.

Sono i sensi di colpa.

Sono piccoli ipocriti atteggiamenti che conosciamo molto bene.

Lo stesso panorama del sud ha quella forza selvaggia indomita e quasi malinconica che ha la vita stessa.

Nel sud il caldo si appiccica ai vestiti, le speranze nascono e muoiono.

Nella vita certe esperienze tatuano il loro nome sulla pelle.

E i sogni svaniscono con l’alba.

Le contraddizioni e le tradizioni si mischiano in una corsa affannosa verso il nuovo che vanta, si mostra eppure sbeffeggia chi non arriva a toccarlo.

Cemetery Road è come i sogni dei suoi abitanti: un luogo in cui essi vengono seppelliti in attesa di qualche benigna divinità in grado, un domani, di farli risorgere.

E cosi Marshall, che quella devastazione , triste quasi patetica l’ha lasciata per immergersi nella frenesia di un mondo che scorre accanto al futuro,si ritrova per un ironia del destino a avere, di nuovo, il passato che piomba feroce addosso a lui.

Ricordi e dolore diventano parte della sua anima e scorrono veloci come quel fiume, in una strana corsa verso la sua personale riparazione dei torti.

Verso una sorta di viaggio del perdono.

Il mondo che Marshall ritrova è sempre lo stesso, come se il tempo non lo avesse attraversato ma ignorato e si mostra con tutta la sua crudezza feroce, di un sud che si sente quasi alieno dal sogno americano.

Un sogno che voleva semplicemente rendere gli altri parti di uno stesso tutto, di un organismo statale interconnesso e interdipendente.

Dove contava soltanto l’uomo e non inutili nomi e orpelli.

Tutto questo nel sud diviene semplicemente logica di potere, denaro guadagnato senza osservarne le macchie purpuree che lo adornano.

Greg Iles costruisce un libro indimenticabile.

Potente e affascinante, ma anche doloroso con quel rivelare quasi con un sorriso la parte meno nobile di quella creatura chiamata uomo.

Una denuncia di una società che si trastulla non con l’aspirazione alla perfettibilità, ma con i compromessi, con la corruzione divenuta quotidiana.

E quello che terrorizza più di tutti è che essa è accettata come naturale conseguenza di un sistema che dona benessere.

E tutti coloro capaci di minacciarlo questo benessere vengono spazzati via come mosche fastidiose.

Senza suscitare nessuna reazione avversa.

Tutti gli abitanti di Bienville sono compiacenti, sono complici.

Come se l’esistenza stessa li mettesse davanti a un bivio: o la sopravvivenza o la conoscenza.

E quando essa viene separata da ogni sistema di pensiero, allora siamo tutti destinati all’insuccesso.

Possiamo avere lavoro, comodità, assicurazioni, ma forse dentro di noi non esiste più un anima che ne possa godere.

Marshall lo comprende sulla sua pelle.

Il tentativo di giustizia verrà a scontrarsi e a schiantarsi contro la convinzione che, in fondo, la prosperità conta persino più dell’uomo stesso, della vita stessa.

E cosi non resta che cedere di fronte a un mattone che noi stessi abbiamo costruito pezzo per pezzo, appoggiando un sistema sociale, politico e economico che si nutre di noi, fino a lasciarsi privi di ogni afflato alla bellezza.

Marshall sarà un ingranaggio di questo meccanismo?

O riuscirà a mantenersi in bilico tra perdizione e salvezza?

Un libro che è difficile da dimenticare.

Con la bellezza feroce dei grandi autori americani.

E cosi la libertà di voler cambiare si sposa con un immobilismo che, in fondo, sa di casa e sicurezza.

Un libro non semplice, impegnato e con un sottofondo quasi disperato che ci chiede di osservare il male, di conoscerlo e di comprendere come esso sia, in fondo, vicino a noi. Più di quanto immaginiamo.

O forse dentro di noi nella finta sicurezza che, in fondo, per poter vivere bisogna sempre cedere un pezzo di se stessi.

E mentre lo facciamo il Mississipi piange mentre qualcuno un re seduto su trono festeggia la sua ennesima vittoria.

Non ci saranno ne vinti ne vincitori.

Almeno non nella trama.

Ma forse sarà la voce indignata che si leverà da te, mio lettore, a dare il colpo di grazia a ogni Bienville Poker club di ogni paese, di ogni realtà sociale.

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