“Midnightsun” di Stephenie Meyer, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

Recensire un libro della saga di Twilight non è affar semplice.

Per i puristi la Meyer è blasfema, rea di aver stravolto l’archetipodel vampiro.

Per i romantici il vampiro e quindi tutto ciò che ne consegue tra cui i motivi per cui si sceglie quel simbolo, svaniscono.

Conta soltanto quella sorta di morboso amore chiamato colpo di fulmine, quando si è convinti di trovare l’altra metà della mela di platoniana memoria.

Per me che seppur amante della purezza dei personaggi gotici e orrorifici, ma senza considerarli valori intoccabili, la faccenda Meyer è più complessa.

E si incastra perfettamente in una sorta di noia dilagante del nostro moderno vivere che non può non invadere anche il regno della letteratura. In fondo i libri sono prodotti umani, sono frutto di una mente che evadendo dai ristretti limiti della razionalità e della materia passeggiano fiduciosi in quei campi elisi dove sono custodite tutte le memorie di questo vecchio essere chiamato uomo.

Sono nelle regioni impervie dell’inconscio che noi troviamo i simboli, gli archetipi, persino i miti, tutto quello che entra prepotentemente nella maestria di uomini toccati dal fato e guidati dalla musa.

Il vampiro è uno dei più potenti, capace di abbracciare un po’ i torbidi sogni umani: l’immortalità, la capacità di superare la carne, ma anche la volontà di vita rappresentata dal sangue e quella sensualità di stampo passionale e sessuale, quindi scevra da un certo liricismo a cui i romanzi ci hanno abituati, che rende il morso sul collo qualcosa di più di una fame o di un modo per sottomettere l’umano fragile.

Diviene simbolo di lussuria e di quella voglia tutta passionale di nutrirsi dell’altro, di inglobarlo in se possedendolo in senso totale.

Il vampiro è il mito “dell’appartenenza” portato all’eccesso.

Non ti priva soltanto della linfa vitale rossa e brillante, ma anche di cosa essa contiene: il DNA in cui sono rinchiusi i ricordi e quelle esperienze che i revenants ossia i morti ritornati dalle isole fosche, sono stati privati. Chi torna indietro non è più lo stesso.

Chi tocca signora morte e l’abbraccia non è affatto quello che abbiamo conosciuto.

Come direbbe Poe, ha scoperto i segreti del sepolcro e questi sono tatuati a fuoco nella sua anima, che non si sa, ed è la suggestione del vampiro, se essa possa esistere ancora.

Il mito puro fa del signore dai denti aguzzi, un non morto affatto pentito di aver perduto la sua umanità.

Sin da Polidori che usò il carattere narcisista di Byron, fino a Carmilla immutata e crudele il vampiro aveva precise connotazioni: sete di sangue inestinguibile, assenza di interesse per l’umano, considerato soltanto come cibo, come possesso come mezzo per affermare il suo dominio.

In Dracula di Stoker il vampiro non ama Mina.

La desidera, la brama, vuole toglierla dalla braccia del suo amato, portarla in un modo amorale e godere della sofferenza che questo atto, osceno, contro natura per le regole della società, avrebbe provocato nei parenti e in Harcher.

Carmilla stessa ha solo la libido a guidarla, sfrenata e oscenamente esposta di fronte a una morale ineccepibile.

E cosi via.

Ogni vampiro era selvaggio, sensuale, amorale e fiero di esserlo, compiaciuto del patto con l’oscuro signore.

Soltanto con il film di Coppola il vampiro prende una connotazione più umanizzata: esso è costretto al patto dalla crudeltà umana.

Ama e per quest’amore eterno sfida la sorte.

Ma, sopratutto, dentro di se resta la nostalgia per la sua vita perduta, causata dalla folle decisione di un attimo.

Costretta al buio dall’incapacità di amare il dolore e di accettarlo.

E’ la visione moderna del signore della notte, che rispecchia, quindi la società che si evolve e che ha bisogno, specie nell’America hollywoodiana fatta di eccessi, di tornare a sentimenti puri, sensuali si, ma capaci di sfidare la morte.

Una morte che provava sulla sua pelle, quella della purezza, quella causata dal satanico patto con il dio successo.

Da che mondo è mondo, quindi, il vampiro rappresenta le fobie e le speranze di una determinata società ed è in un certo senso, un rinnovamento legato alla sua utilità simbolica.

Ecco perché non esiste un immagine purista e non può esistere, poiché essa, necessariamente, cambia con la modifica sostanziale della società.

E ora veniamo alla Meyer.

Ella non ha fatto che raccontare quello che in fondo era la diversità del mondo a quel tempo: e il suo rinnovare il vampiro, è la logica conseguenza di una processo avvenuto tempo fa.

Prima di lei a proporre una visone più sentimentale e più commovente del vampiro fu una grande Anne Rice con intervista con il vampiro. In questo testo non abbiamo certo il mostro compiaciuto dai feroci occhi rossi.

Abbiamo Louis de Pointe du Lac, ex uomo dal passato travagliato, non riesce ad accettare l’inevitabilità dell’omicidio e la sua anima è dilaniata da questo tormento interiore, quasi un residuo di un umanità che non intende lasciar andare.

E questo libro fu scritto nel 1976 circa.

Da questa rivoluzione umana del vampiro, prenderà spunto J.R. Ward (2005) che creerà un qualcosa di ancora più innovativo, facendo dei vampiri esseri di un altra razza, o specie, simili ai felini che si nutrono soltanto del sangue delle loro donne.

Sono guerrieri e difendono la loro razza da una strana combriccola di albini, i lesser privi di anima e cacciatori di vampiri.

L’innovazione è nella loro dieta.

Non si nutrono che si sangue preso dalle loro compagne.

E mangiano cibo umano.

Non sono come noi, ma neanche predatori, sono una razza diversa da quella conosciuta, alieni o forse semplicemente variazioni genetiche. Questo tema della diversità “razziale” verrà poi ripreso da Christine Feehan con il principe vampiro ( 2010). I carpaziani, e qua è una sorta di novità, per sfuggire alla maledizione delle loro razza, diventare crudeli assassini devono…trovare la loro metà.

Stesso tema ripreso anche da Promessi vampiri(Jessica’s Guide to Dating on the Dark Side) di Beth Fantaskey (2009).

La Meyer è contemporanea della Ward, visto che il primo libro è stato pubblicato nel 2005/2006 ed è stata capace di fondere assieme i nuovi assunti dei vampiri ossia il rimpianto della loro umanità perduta, il tormento interiore, il rifiuto per l’assassinio e…la volontà di restare umani attraverso l’amore.

In questo caso, il modello che la Meyer segue si può trovare nei libri di Jeanna Kalorgradis ossia i diari della famiglia dracula (2001). In questi i vampiri amano, soffrono, piangono, provano compassione e sopratutto hanno voglia di redenzione (bellissma la scena dove la vampira Zsusanna trova la sua luce amando…un quattrozampe, il cane chiamato Amico).

La Meyer, dunque si incastra in questa tendenza che vuole portare allo scoperto il lato tormentato dell’essere signore della notte, vuole innovare senza però, lasciare che la tradizione muoia.

Del resto il vampiro nutrendosi di sangue si nutre di ricordi, di sensazioni e di sangue che è il simbolo anche del legame familiare e di un retaggio antico che, dai progenitori racconta della nostra evoluzione come specie.

Ecco che esce Twilight.

La storia di due personalità diverse eppure simili, incapaci di adeguarsi al mondo che li circonda: uno perché è un vampiro che combatte contro la sua natura.

L’altra per una sorta di mutazione genetica che la rende nerd, affatto simili alle sue coetanee e desiderosa in cuor suo, di trovare il suo posto nella vita.

Ciò che manca a Twilight e che è presente, invece in Midnight sun è la portata dell’orrore che affronta Edward.

Sappiamo dalla viva voce, un po addormentata di Bella, quanto costi a Edward rifiutare la sua natura di assassino.

Ma siamo concentrati su quest’amore cosi difficile che, però, sfida le convenzioni, lo status quo, le razze e avvicina inesorabilmente il mondo mitico a quello materiale, ripristinando un legame che la modernità aveva distrutto.

In un tempo antico, i mostri o gli esseri soprannaturali viaggiavano felici tra il mondo umano, e con essi instauravano, a volte, dei patti di amicizia, o di sudditanza.

Per i contadini parlare di uomini lupi, uomini tenebra, di elfi e folletti era la consuetudine.

Per noi moderni esiste solo il dato scientificamente provato, bandendo il mito dalla nostra vita e forse, rendendola arida.

Ed è questo che avverte Bella.

Dotata di una sensibilità peculiare, anche se poco spiegata ed è la vera perdita del testo, è lo spirito umano dotato della fantasia giusta per accettare, come normale, l’inspiegabile.

Se Bella ci affascina con la sua goffaggine fino a divenire a volte una macchietta, Edward e i Cullen, specie la tenebrosa e scontrosa Rosalie, sono le vere chicche del romanzo.

Edward è diviso tra la sua scelta di non uccidere del tutto la sua umanità e la sete a cui la maledizione del veleno vampiresco, lo ha condannato. Grazie alla bontà di chi decide di abbracciare non la via facile, ossia assecondare l’istinto, il dottor Cullen, si sforza per secoli di seguire la strada che, nel suo cuore suo seppur granitico e gelido, considera giusta. Non vuole diventare un mostro cosi come non lo voleva Louis.

Ma ecco che la strana umana gli scatena una sete improvvisa.

Devastante rischiando di farlo cedere all’istinto.

La vera forza del libro è in questo dramma, che si svela in tutta la sua potenza.

E non è il famigerato problema deriso da tanti, la mangio o no.

E’ il dramma che noi tutti viviamo quando cuore e istinto iniziano a scontrarsi.

E’ un tormento che deve poter avere un vincitore e una vittima.

Non possono assolutamente convivere.

Ed è in questo momento, tragico e infausto, che Edward diviene davvero una novità per tutta la sua specie: colui che si ha rinunciato alla fisicità umana, ma non necessariamente alla sua anima.

E come nella Kalogradis, sarà l’amore eterno sentimento a redimerlo, più degli anni di astinenza, patiti sicuramente per acquietare il suo senso di colpa, ma forse mai davvero incorporati nella sua volontà.

Cosa che accade quando di fronte all’amore decide che, in fondo, il sangue non è cosi fondamentale.

E che la sete non è cosi profonda come pensava.

Credo che con Midnight sun la vera portata della novità della Meyer si sviluppi appieno, lasciando intatta la storia romantica e sdolcinata, ma donando a chi come me ha bisogno di altro, una lettura che fa riflettere e crescere.

Perché in fondo Edward ci insegna che non sempre la crudeltà, l’egoismo, la fame e l’istinto, possono vincere.

La compassione è più forte.

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