“Delirio” di Vincenzo de Lillo, Biplane editore. A cura di Alessandra Micheli

Guascone e irriverente, Vincenzo de Lillo si presenta sulla scena letteraria con un carisma che trasuda da ogni libro.

E facendo propria un arma, difficile da usare tra parentesi, chiamata ironia.

Vincenzo racconta storie di ogni giorno, sopratutto della sua città, la bella Napoli, ma che poi da essa si distaccano e diventano un po’ il racconto di tutti noi.

Eppure, nonostante una sottile vena di critica sociale, non si prende mai sul serio.

Nonostante una dose di amarezza, tipica dei grandi autori del passato, il suo guardare i difetti della nostra umana società ha una sorta di bonaria accettazione.

Siamo cosi, fragili umani comici spaventati guerrieri per citare un grande da cui evidentemente de Lillo ha preso un po’ di straordinaria capacità visionaria.

E cosi come il precedente WC tales, delirio diviene un’avventura ironica, bizzarra e surreale con un protagonista che incarna tutto il lassismo di una Italia che si sta inesorabilmente addormentando.

E seppur tacciato spesso con parole forti quasi a evidenziare una sua carenza di neuroni, Delirio non è altro che un personaggio educato da un padre assente e dedito al malaffare a non pensare.

Da una società che ha bisogno che tutti siano gregge e massa, prima che persone.

A godersi la vita anzi a annichilire ogni istinto di intelligenza e soprattutto di sopravvivenza.

Non vive, nonostante la sua vita agita.

Si trascina, galleggia, dome nonostante tenta di rubare all’esistenza quanto più benessere e piacere possibile.

Soltanto che questo piacere contrariamente a chi usa il proprio raziocinio passa attraverso di lui come se fosse di vetro.

In fondo non ha bisogno di usare nessuna astuzia.

Nessuna dote, nessun potenziale.

E’ tutto li a portata di mano.

Finché la vita, stufa di dare asilo a un essere evanescente più di un fantasma, non decide beffarda di dargli uno scossone.

E cosi la sua vita si stravolge…eppure…anche in questo caso il nostro “italiano medio” continua a trascinarsi e a cercare possibilmente chi lo guidi, lo comandi e lo diriga.

Come una foglia nel vento, tenta di trovare il suo albero.

Anche se questo a volte lo soffoca un po’.

Non ha altro istinto se non lasciarsi maneggiare con cura dal dominante di turno.

Prima il padre, i soldi, i vizi e poi la presunta fidanzata.

Sopraffatto dai problemi non alza affatto la testa, la infossa sempre di più nel terreno, utile per non sentire, non vedere e non avere stimoli a pensare.

Eppure ha la soluzione a ogni dramma a portata di mano.

Ma non la vede, l’afferra soltanto quando le viene sbandierata sotto il naso.

Ma continua a vegetare fino alla fine del testo.

E in fondo non siamo forse un po’ tutti dei Delirio?

Non siamo noi a viaggiare comodi sul bus che ci porta a una destinazione ignota, facendoci rifocillare da chi lo guida, beati e assonnati.

Troppo per osservare il paesaggio che ci scorre davanti.

Insonnoliti, troppo per decidere di scendere dal bus, per curiosare in giro o per acquietare quel senso di soffocamento claustrofobico che irrompe nei nostri sogni.

E nonostante la libertà sia a portata di mano, il vizio e l’onnubilamento del pensiero è una tentazione troppo forte.

Un libro divertente come nello stile di de Lillo, mai sopra le righe con un humour di classe eppure affilato.

Ma che al tempo stesso lascia un senso di incompiutezza latente.

Ma che non riguarda affatto il libro, ma piuttosto una vita che assomigli, in modo sottilmente inquietante a quella di Delirio.

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