“Acqua del Bosforo” di Elsa Zambonini Durul. A cura di Alessandra Micheli

Io ho sempre credito che il passato significhi vivere la meglio il presente e crearsi un futuro pieno di probabilità

E la ricerca delle origini che stimola l’universale a dari le risposte che mancano per completare il tuo tassello interiore.

E analizzare quindi i perché ricercare le motivazioni che hanno portato i nostri antenati a agire è un po’ come sbrogliare una matassa di bellissima lana, ingarbugliata da qualche gatto dispettoso.

Perché ritrovare se stessi non significa tanto compiere un simpatico, etnico atto di fede nella new age.

Significa guardarsi allo specchio.

E il passato rappresenta ogni elemento che compone il viso, quello che però non è riflesso nel fisico ma nella mente.

E cosi Lisa in questo nuovo capitolo della trilogia della Zambonini si trova a far i conti con due scomparse entrambe capaci di stimolare ricordi sopiti.

La prima è un po’ l’archetipo di Caino e Abele, due fratelli due parenti che in fondo sono troppo diversi.

Uno accettato dalla società e uno più “ribelle”.

Tanto che da quello scontro anche sanguinario verrà fuori la società cosi come noi la conosciamo.

Spesso i simboli usati in questi libri non rappresentano semplificante conflitti familiari, ma due differenti stili di vita, ognuno incapace di concepire l’altro.

Uno più probo, ligio alle regole, perfetto nella sua adesione totale al politicamente corretto.

L’altro che rompe ogni confine, che travalica i limiti del bon ton.

Ma che serve per far si che la vita non si appiattisca.

L’altra scomparsa è la sorella perduta, un archetipo antico come il mondo.

E’ la femminilità braccata, usata e uccisa dal potere maschile che, in fondo non l’accetta e non può accettarla.

E’ attraverso questi due archetipi che Lisa compie l’ultimo passo per diventare Donna.

Ha cambiato tutto.

Vita, abitudini e abbracciato una differente civiltà che ha toccato corde nascoste nel suo essere.

Ha iniziato a costruire il puzzle della sua esistenza attraverso il passato, spesso fatto di incomprensioni, di pregiudizi e di stereotipi.

Adesso deve affrontare il tema della genitorialità imperfetta, e del difficile ruolo che hanno ordine e disordine nella sua vita.

Ultimo tassello è anche la scoperta di quanto il maschile, impersonato da Emre, spesso causi una sorta di ferita nella femminilità.

Quello che è rigido, dominante, impositivo mal si adatta con la natura misteirosa e sfuggente, saggia ma folle dell’altra faccia della luna.

E sarà forse un gatto nonché la sua capacità di scovare la verità dietro ogni bugia a far comprendere che, dietro ogni archetipo si cela un essere umano.

Che in fondo i valori del maschile e del femminile spariscono di fronte a un valore che li unisce e li rende coerenti: la compassione.

E allora ogni maschera cade.

E il dolore divine davvero salvifico.

E lisa crescerà.

Diventando davvero donna.

Sullo sfondo del testo, echeggia una tragedia: il Vajont.

Quella diga che oscurò la capacità umana di fermare le acque causando immani tragedie.

Come a dirci che la natura, che le emozioni, sono più forti di ogni nostro tentativo di domarle.

E allora basta solo rassegnarsi a essere meravigliosamente imperfetti.

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