Vi mancava la Dark zone? Eccola che torna co due titoli…che dico imperdibili, fatasmagorici!!!

Continuava a infilare le abili mani di chirurgo nelle viscere dei pazienti, nei corpi dei cadaveri, per studiare in maniera approfondita il morbo e trovare una cura efficace. Ma fino ad allora aveva trovato soltanto sangue, sangue e ancora sangue.

Ne colava parecchio dalle mani, mentre si lavava, dando le spalle al pittore. «Avete rischiato molto venendo qui, per cercare il vostro amico.»

«Anche voi rischiate molto, stando qui» replicò asciutto Salvator.

«È vero, ma è il mio mestiere.»

«Anche il mio.»

Nel buttare lì quell’affermazione un po’ sbruffona, Salvator Rosa cercò di distogliere lo sguardo dal catino pieno di acqua rosata. Senza riuscirci.

«Salvare vite? È questo che fate? Pensavo che voi foste un pittore.»

«No, affrontare la morte. Mi riferivo a questo. Perché è ciò che voi fate, dottore. Voi affrontate il contagio e la morte con coraggio. Sembra che non vi importi nulla, e cosa ancor più inquietante, da quanto ho potuto vedere, pare che la peste stessa provi stima e rispetto nei vostri confronti. Quasi quanto me. Si capisce dal modo in cui vi risparmia.»

Quarta di copertina:

Roma 1656 – Il pittore Salvator Rosa è appena fuggito da Firenze e dalla protezione dei Medici perché non vuole più piegarsi agli ordini di ricchi committenti. Le sue “magherie”, dipinti raffiguranti streghe e rituali magici, catturano la curiosità della regina Cristina di Svezia, appassionata di alchimia ed esoterismo. Grazie all’appoggio della sovrana e a quello del papa Alessandro VII, l’artista viene introdotto in un cenacolo di intellettuali riunito a palazzo Corsini. Ne fanno parte personaggi di spicco dell’epoca fra cui gli eterni rivali Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, il gesuita Athanasius Kircher, il marchese Massimiliano Palombara, la strega Giulia Tofana.

Roma 2018 – Raul Varelli, artista ricco e affermato, ammiratore di Salvator Rosa, scopre per caso l’esistenza di una consorteria che riunisce i discendenti dell’antico cenacolo: la bottega di antiquariato Kazianian, gestita da Michele Michaelis, un esperto conoscitore di arte barocca e di film argentiani, e dall’affascinante figlia Fiammetta, sembra nascondere più di un segreto.

Il Sigillo di Lucifero accompagna il lettore attraverso luoghi dimenticati o irrimediabilmente perduti della Città Eterna, come il gabinetto delle meraviglie di Athanasius Kirker, il laboratorio alchemico di Villa Palombara, Il Santuario Isiaco sulle pendici del Gianicolo e, fra salti temporali, antiche leggende e simboli misteriosi, svela una versione singolare di Roma, solitamente accessibile ai soli “addetti ai lavori”.

«L’immortalità è una maledizione» ribatté in modo autoritario.

«Come fate a dirlo? Dovrebbe essere il desiderio più grande di un alchimista: svelare il segreto dell’immortalità.»

«Sapete chi è Aasvero?»

Salvator Rosa si limitò a un cenno negativo del capo. Voleva evitare errori. Incominciava a sentire l’affanno della precedente sfuriata, e ne provava vergogna. L’atteggiamento pacato del gesuita lo metteva in soggezione. Avrebbe voluto possedere la stessa capacità diplomatica, la stessa flemma. Purtroppo, erano qualità di cui non disponeva, e questa mancanza lo esponeva, più spesso di quanto desiderasse, a grandi pericoli.

Mentre raccontava, Kircher giocherellava con un fermacarte a forma di obelisco. «La leggenda vuole che un uomo di nome Aasvero avesse fatto inciampare Gesù mentre arrancava verso il Golgota. Non soddisfatto del gesto, lo apostrofò con la frase: ‘Cammina… Cammina’. Gesù, risollevandosi con le sue forze, gli rispose: ‘Io cammino, ma tu camminerai per sempre’. Da allora, Aasvero non invecchiò più. Vide guerre, soprusi, morti. Amò molte donne, che ovviamente morirono tutte fra le sue braccia. Aasvero si sentiva morto dentro per tutto il dolore provato, nonostante non potesse morire in senso fisico. Il suo tormento lo spinse a vagare per il mondo, senza una meta precisa, spesso cercando di isolarsi, di nascondersi dai suoi simili. Quella di Aasvero è una storia emblematica: l’immortalità, tanto bramata dagli uomini, non appartiene alla loro natura. La vita e la morte fanno parte entrambe dell’armonico gioco dell’esistenza. Come spesso accade, è soltanto quando ci manca qualcosa che ne sentiamo la mancanza. Così per Aasvero; non gli è permesso morire, e finisce paradossalmente per bramare la morte. Finisce, addirittura, per invidiare gli uomini e la loro condizione di esseri mortali. Consapevole di essere così diverso dai suoi simili, diventa un fantasma, si isola per vivere la sua dolorosa esistenza nell’oscurità. Aasvero potrebbe essere chiunque o ovunque. Potreste incontrarlo, un giorno, sfiorargli la spalla nella folla, e non lo sapreste mai. Perché l’immortalità è una maledizione che si tiene nascosta, come una raccapricciante deformazione del corpo. Il luogo adatto per un immortale è dentro una wunderkammer, accanto ad altre mostruosità, simili a lui.»

Mariachiara Moscoloni è nata a Roma nel 1972 ed è laureata in Giurisprudenza.

Esordisce nel 2014 come scrittrice fantasy con il romanzo Il Grimorio del Lago (Brigantia Editrice), vincitore del premio Le Fenici.

Nel 2016 con I Sognatori Editore pubblica il thriller psicologico Aibofobia, finalista al Premio Letterario Zeno. 

I suoi racconti, raccolti nelle antologie letterarie Paris, tojours Paris (Leus Flaneurs Edizioni), 666 (Edizioni Leima), Creep Advisor (Escrivere), Giallolatino X (Ego Edizioni), Giallo Birra (Midgard Editrice), spaziano fra i generi horror, giallo e mistery. 

Nel 2019, con L’ultima Strega, un romanzo di narrativa generale ispirato a una storia vera, è finalista vincitrice del Premio Fai viaggiare la tua storia, indetto in associazione da DeAPlaneta, Newton Compton, Libromania.

***

Sulla sinistra, a poche centinaia di metri, qualcosa attirò l’attenzione del giovane Nicholas. Un casolare. Le mura esterne erano imbrattate di strani simboli. Croci rovesciate, stelle a cinque punte, si intuiva qualche parola, frasi inintelligibili. Nessuna luce proveniva dall’edificio diroccato.

«Quello cos’è?» domandò il ragazzo.

«Niente» rispose il padre senza nemmeno voltarsi.

«Cos’è che c’è scritto sul muro?»

«Lascia perdere Nicholas»

«Ma tu lo conosci quel rudere? Ci fanno le messe nere? È una chiesa sconsacrata?»

«No, Nicholas, non è niente, lascia stare.»

«Grandioso, ci devo tornare a fare un giro, come si chiama questa via?»

«Nicholas, basta» sbottò Giorgio. «Tu non torni da nessuna parte.»

«Ma perché ti incavoli?»

«Lì sono successe cose brutte» rispose il padre riprendendo la calma. «Tanti anni fa.»

«Tipo?»

«Hanno ammazzato delle persone, e adesso… Non so cosa ci facciano, ma lascia perdere. Non ci andare. Promettimi che non ci andrai.»

«Ma dai, cosa vuoi che succeda?»

«No, Nicholas» il padre urlò. Strinse forte il volante, le dita erano sbiancate, il volto arrossato dall’ira. «Devi promettermi che non ci metterai piede.»

Un silenzio asfittico calò nell’abitacolo per qualche secondo.

«Ok» rispose il ragazzo rassegnato.

«No, non basta. Devi promettere.»

«Va bene, ti prometto che non ci andrò» cantilenò Nicholas. Infine biascicò: «Che rottura che sei».

Giorgio fece finta di non sentire, per nulla rasserenato dalla promessa del figlio.

Arrivarono a casa che era quasi ora di cena. Nicholas si fiondò in camera sua, e il suo primo pensiero fu mandare un messaggio a Simone per raccontargli la vicenda della cascina satanica.

«Dobbiamo assolutamente tornarci» fu il commento dell’amico.

Questa è la storia di una famiglia. Un padre, una madre, un figlio. Tutti nascondono un segreto, tutti tradiscono, tutti mentono.

Giorgio, il padre, ha avuto un passato turbolento che nessuno conosce e teme che prima o poi possa riemergere.

Ilaria, la madre, ha un giovane amante e per lui è pronta ad abbandonare l’ignaro marito.

Nicholas, il figlio, ha fatto una promessa a suo padre: tenersi alla larga dal vecchio casolare. Anni prima è stato il teatro di una tragedia in cui hanno perso la vita in modo orribile sei ragazzi. Nicholas non tiene fede alla parola data e da quel momento niente sarà più come prima: suo malgrado ha risvegliato il Male.

Questa è la storia di una famiglia. Tutti nascondono un segreto, tutti tradiscono… Non sanno che presto qualcuno metterà fine alle menzogne, qualcuno che ha sete di sangue.

«Lasciaci entrare» ripete la voce in un sussurro spettrale. L’uomo si riscuote, corre verso l’ingresso.

«Lasciaci entrare» appoggia l’orecchio alla porta. Il sibilo ricomincia, ricorda il respiro di un bambino asmatico.

Guarda dallo spioncino. Non vede nulla. Fa due passi indietro. Fissa il piano di legno, la maniglia di ottone brunito, quando d’improvviso dalla feritoia tra porta e stipite, proprio all’altezza della serratura, vede filtrare qualcosa: quelli che sembrano tentacoli sottilissimi, grigi, grezzi come ramoscelli secchi, sfidando ogni logica penetrano nell’appartamento.

«Lasciaci entrare.»

«Andate via» esclama l’uomo impietrito. «Andate via, lasciatemi in pace.»

I viticci si muovono a scatti, disarticolate zampe di un ragno ballerino.

«Lasciaci entrare.»

I tentacoli lignei si intrecciano a formare un avambraccio con cinque dita. L’arto della creatura al di là della porta ruota di trecentosessanta gradi. A tentoni cerca di arrivare alla maniglia.

«Basta, andate via» continua l’uomo, stavolta a voce più alta, quasi gridando.

La mano mostruosa si protende verso di lui. L’uomo fa un balzo all’indietro. L’intrico di vimini prova a spingere ancora di più. L’arto disegna bizzarri svolazzi nell’aria. Poi tocca il muro, ha un attimo di esitazione. In quell’attimo l’uomo colpisce. Il batticarne come un’arma medioevale picchia duro sul dorso della mano ombra, scheletrica, ramificata. Il tonfo è potente. Rimbomba nella tromba delle scale. Il braccio si ritrae, vinto.

Luigi Carrozzo è nato a Salerno e ora vive a Milano. Per anni ha lavorato nel mondo dell’editoria. collaborando con numerose redazioni editoriali e ricoprendo vari ruoli: traduttore, ghost writer, editor. Suoi racconti sono stati pubblicati su varie antologie. È autore del romanzo Piccola odissea di un erotomane (Lite editions).

«Che bei capelli che hai» le dita screpolate gli carezzavano la testa. Si sforzava di tenere gli occhi serrati, stretti a non far passare nemmeno un indizio di luce. Adesso capiva.

«Che belle labbra che hai» dimenarsi non serviva a nulla. Le corde segavano gli avambracci, le caviglie. «Che sai fare con quelle labbra?»

Adesso anche lui voleva essere salvato. Salvato o ucciso.

«Non respingermi. Non respingermi e io ti aiuterò.»

Le mani luride gli sfiorarono gli zigomi, il collo, il petto nudo.

«Basta, ti prego» aveva provato timido a protestare.

L’altro gli aveva artigliato un capezzolo, gliel’aveva torto; un gesto tanto brutale da fargli stillare sangue. Lui aveva gridato, aveva cercato invano di liberarsi dalla stretta. Quando l’aguzzino l’aveva lasciato la presa, si era portato le dita sporche alle labbra, aveva saggiato il sangue e con un sorriso agghiacciante aveva mostrato i denti bruniti.

«Perché» aveva chiesto annichilito, «perché tutto questo dolore?»

«Un giorno questo che tu chiami dolore ti servirà, un giorno saprai come sfruttarlo, e potrai farne energia. Il dolore che si trasforma in energia, pensa che fortuna. Pensa al dono che ti sto facendo.»

«Tu sei pazzo» aveva sussurrato un attimo prima di perdere i sensi.

«E quel giorno sarà un giorno di letizia, ti ricorderai di me, finalmente capirai e mi ringrazierai.»

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