“Bile” di Roberto Addeo, Transeuropa. A cura di Alessandra Micheli

La poesia sembra quasi tornata di moda come se fosse la chiave per un mondo altro fatto di sottili fili di energia che ci legano non in terra ma al famigerato cielo.

E cosi ogni atto diventa di sublime misticismo e si tende o almeno lo fa il poeta a cui sono avvezza a rendere ogni attimo della vita irreale.

Non fraintendetemi.

Credo come credeva Shelley che ogni atto che compiamo anche il più banale e umile contenga una sua sacralità interna.

Ma ciò non annulla quella sua forza primigenia che lo fa essere profondamente carnale e frutto della nostra materia.

Coltivare un orto ha una valenza simbolica ma le mani stese si sporcano di terra, si feriscono e l’odore acre dei fertilizzanti non possono divenire effluvi paradisiaci.

E cosi lo sguardo dell’amata, le rughe di un volto, la voluttà di un ballo, il piacere di bere o divorare un lauto pasto, possono essere dotati di una loro leggerezza ma non trasformati in misticismi fini a se stessi.

E cosi la poesia.

Nasce dal basso, dal ventre, da quel sangue che pulsa da emozioni terrene come libidine, vendetta o rabbia.

E per quanto frutto di quest’essere cosi straordinario sono terrene.

E cosi a cosa serve mai la poesia?

Appunto perché frutto di un incontro particolare con sangue carne e mente deve raccontarci cosa vede, cosa interpreta del mondo e quello che ci fa soffrire o ci lega a questa stramaledetta vita in modo molto più concreto.

Belli i voli pindarici.

Ma troppo distanti da un sole di cui abbiamo necessario bisogno.

Troppo fluttuanti i versi e poco profumati di vita.

Sono lontani i tempi del buon Pasolini e della sua meravigliosa Pianto della scavatrice, quel suo coraggiosi intento di rendere tutto poesia. Anche il proletariato cosi poco romantico.

E cosi Addeo ci porta finalmente in un mondo fatto si di versi, ma rudi grezzi come il diamante, dissonanti a volte dissacratori ma puri e sopratutto liberi dalle pastoie con cui osserviamo il poeta.

Egli non ha bisogno di regole e forse neanche di metrica.

Ha bisogno di sangue che sporca il foglio.

Di urla e di occhi incandescenti.

Ha bisogno di mani rugose che schiaffeggino il nostro pigro lassismo. Quell’inedia che ci prende quando un libro non è più un arma, un mattone ma solo benda sugli occhi e tappi per orecchie.

Ecco perché Addeo in ogni suo lavoro è profondamente ribelle, profondamente antisistema.

Profondamente vero.

I suoi personaggi come il suo stile non sono affatto per i benpensanti.

La sua penna è lama con cui ferire la nostra boriosa borghese attenzione all’estetica.

E il verso allora si fa lama acuminata, decisa a scavare dentro l’organismo parola e guardare davvero la sua composizione.

E per quanto le sue mani divengano lorde di liquidi strani compongono i suoi migliori che questi miei stanchi occhi abbiano mai letti.

E’ verità.

E’ forza.

E’ sperimentazione.

E’ vita.

Perché la poesia non è un canto labile.

Ma il grida di mille voci di dissenso che si muovono in questo assurdo mondo plastificato, questa prigione fatta di nulla.

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