“Per Luigi non odio nè amore” di Ganni Antonio Palumbo, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Quanto a me abborro la pena di morte istituita dalle vostre leggi e non ho per Luigi né amore né odio. odio solo i suoi delitti.

Conoscete queste parole?

Sono di Robespierre, protagonista della rivoluzione francese durante l’assemblea costituente che si trovò a decidere delle sorti di Luigi Capeto, alias Luigi VXI.

Sono parole forti.

Apparentemente una sorta di alzata di mani di fronte alla inumanità della pena di morte.

Ma che se lette più attentamente pongono l’accento, come è doveroso non sulla persona in questione.

Quanto sul suo ruolo sociale e sopratutto sulle sue azioni.

Ecco che qua si compie una interessante rivoluzione, degna di quegli anni utopici: non è la persona messa a morte, odiata dal popolo ma ciò che rappresenta e che, inevitabilmente o forse no, la porta a compiere ingiustizie di fronte al suo popolo.

Ecco che allora si aprono altre questioni ancora più importanti attuali anche oggi: ogni governante ogni simbolo del potere può quindi decidere autonomamente di scegliere o no una certa strada.

Non è più costretto da qualche entità superiore.

E’ solo la sua decisione, prettamente umana che lo porta a abbracciare la sua maschera.

Se Luigi non è attaccato in quanto uomo, e cosi non lo è nessun protagonista storico sta a significare che, la sua parte umana può porre freni a quello che il ruolo gli impone.

Sei un re e devi sottomettere un popolo?

Quello è il re.

L’uomo può tirarsi indietro.

E cosi con i presidenti, i deputati, persino gli idealisti che possono restare sognatori o trasformarsi in assassini.

E’ tutto in quell’attimo in cui la vita ci chiede cosa deve fare, che strada prendere e ti mette alla prova.

In tutto questo libro è il titolo a dare il significato al testo.

Sia nelle atmosfere storiche, storia moderna legata all’orrore del caso Moro, dello scandalo Lockeed, uno di quelli cosi potenti da far dimettere l’allora presidente della repubblica Leone.

Sia nelle pagine del libro, in quell’accademia che sforna ogni tanto i nostri dirigenti, i volti del futuro, e che forse per eccesso di boria sforna solo patetiche marionette viziate.

E tesse intrighi con moventi nient’affatto nobili.

Sia nella realtà dunque che nella finzione ( ma è davvero cosi tanto finzione) troviamo persone che in ogni istante potrebbero cambiare le sorti dicendo un semplice no.

No alla corruzione.

No al nepotismo.

No alla violenza per difendere ideali.

No alla mercificazioni della cultura.

No alla decisione di indossare la maschera per partecipare al gran ballo.
No alla menzogna e alla vigliaccheria.

Se è vero che nessun personaggio è mai davvero puro, in questo capolavoro perfetto e pieno di poeticità nonostante gli argomenti trattati, l’etica regna sovrana.

Non la morale, quella è un modo manicheo di divider la realtà

Ma quella consapevolizza necessaria che ci porta a guardarci dentro.

A tirare fori il carattere.

E io nome capace di identificare un volto, ma quello segreto che ci narra dell’essenza dell’uomo.

Palumbo con una grande cultura e una visione affatto cinica ma velata dalla sottile malinconia dello spettatore che vorrebbe ma non può intervenire, ci mostra sul palcoscenico della creatività la storia del nostro mondo.

Quella che si perde dietro a labili sogni di gloria.

Vizi e mai virtù.

Che perde occasioni.

E che è cosi abituata alla sporcizia da non poter contemplare un altra vita.

E colpevole è anche la vittima di raggiri.

Colpevole di aver accettato il sistema e poi incapace di comprendere la reale natura predatoria.

Come dire, non si accarezza indenni la punta di uno scorpione.

E cosi accettare di partecipare al gioco del potere, spesso si rischia di essere a sua volta schiacciato da un meccanismo che forse pochi sanno fermare.

Basta un no.

Perché non è l’uomo a essere re.

E ‘il re che in fondo è anche e soprattutto uomo.

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