“Le parole che salveranno il mondo” Papa Francesco, Newton Compton. A cura di Alessandra Micheli

Sembrerà strano a tutti voi, miei lettori, trovare la mia recensione del libro del Papa.

Per molti sarà un fulmine a ciel sereno, come se il mio fiero sostenere il paganesimo sia ipocritamente smentito da questa consapevole scelta. Consapevole perché so che sto parlando del libro del capo della chiesa, quella stessa che sembra in contrasto con il mio modo di intendere sacro e spiritualità.

Apparentemente però.

Perché in questo testo non esiste un inno a una religione organizzata e ricca, perché prodotto umano, di difetti.

È un inno alla vita.

E se c’è una cosa che ho imparato in questi miei affannati anni, in questo mio percorrere la vita, è che ogni divinità

è in fondo una sola, che ogni religione ha un centro comune.

Lo chiamiamo amore.

Ed è quell’emozione che ha risvegliato qualcosa nell’aere, e che quel qualcosa ha iniziato a essere quando ha provato la solitudine.

In tutta quella perfezione, immota e inarrivabile una lacrima forse è scesa dal volto di una divinità indefinibile.

Era energia pura.

Era il caos primordiale.

Era l’immenso senza né inizio né fine.

Inesistente e incomprensibile.

Da quella lacrima, per tutti è nato il mondo.

Qualcosa che aveva inizio e fine e si muoveva.

E in quel moto a volte imperfetto creava.

Fino a che la lacrima incontrò la terra, quella brulla appena nata, così ricca di speranze e possibilità

E da quella possibilità è nato… l’uomo.

Imperfetto come la terra e parte di quella remota immobilità.

Io credo che la prima creatura si nutrì della lacrima di dio, unica certezza in una distesa piena di sassi.

Ed è forse quella lacrima che ci unisce alla divinità, che sia politeista, monoteistica o dualistica, che ci ricorda qualcosa.

Che ci fa tremare il cuore, creare e desiderare di raggiungere quel centro lassù, dietro l’universo, dietro la creazione.

Immoto e eterno.

Forse è questa la morte.

Forse è il desiderio che arriva quando la lacrima preme sul cuore.

Siamo tutti così in attesa di arrivare alla nostra stazione.

Che per ognuno ha un colore, una forma e persino un’architettura diversa.

Siamo su quel treno che sembra non arrivare mai.

E per molti la stazione a cui arrivare non è certo la manifestazione fisica del sommo architetto.

A volte è spoglia con un solo vaso di gerani e un lampone rotto.

E forse è piena di gente o forse un androne vuoto.

Ma è il nostro arrivo e ci emoziona.

E mentre viaggiamo su questo treno, malconcio dopo tanti viaggi, ma così profondamente bello con quei sedili che sanno di tempi passati, noi cerchiamo di capire cosa ci attira di questo viaggio.

Immersi con la faccia attaccata al finestrino, con l’alone del respiro a formare parole o disegni, noi osserviamo il paesaggio che scorre.

A volte senza scendere a ispezionarlo, a volte facendo altre bellissime esperienze.

Per poi tornare a sognare su quel treno.

E i paesaggi sono tanti, incantati e alcuni pieni di orrori.

Non vediamo solo distese innevate o foreste.

Vediamo anche abissi di dolore, orrori delle guerre.

E ci chiediamo chi cavolo è il macchinista che ha pensato a questo percorso.

Chi è lassù così folle da farci osservare tali disgrazie.

E allora ci chiediamo chi è l’artefice di questo treno, della fantomatica stazione, di questo biglietto di andata e mai di ritorno?

Un folle?

Un crudele oppressore?

Non lo sappiamo.

Ma abbiamo bisogno di comprenderlo.

Per questo a volte ci sono dei segni che ci danno l’illusione di poter avere risposte.

Qualcuno ci invita a scendere dal treno e passeggiare in città piene di luci, piene di piaceri inimmaginabili.

Vicoli ricchi di luminarie in cui è facile perdersi e… perdere quel treno.

E grattacieli alti, altissimi, da cui è impossibile osservare il cielo.

Oggi, in questi anni disperati, siamo di nuovo scesi attratti dall’idolo della tentazione per eccellenza: scordarsi del disagio del viaggio. Scordarci dei sogni su distese innevate, ma anche delle lacrime di chi osserva gli orrori.

Noi siamo coccolati e resi… ciechi.

Non vedremo più il dolore.

Né però l’amore.

Né la lacrima potrà più scendere a toccare il suolo e a far germogliare piante.

Noi abbiamo gli occhi incollati al finestrino.

E non ci rendiamo conto che a terra esiste un prato rigoglioso, alimentato proprio dalle lacrime di dolore, paura, nostalgia.

Da quel cuore che vibra di indignazione di fronte all’orrore.

Sono quelle lacrime il senso dell’abisso e della bellezza.

Perché Dio lo sa, non può esistere senza la colonna del rigore, la dolcezza della misericordia.

Perché il dramma deve far nascere signora compassione.

Perché solo nel viaggio possiamo trovare il senso di essere, meravigliosamente e semplicemente uomini.

Umani che piangono.

Ridono.

Sono coraggiosi.
Ma che guardando dal finestrino quel cielo immenso si sentono così piccoli e così amati.

È questo che le parole di Chicco (perdonami ma ti sento così amico da chiamarti così) ci danno.

Tutto quello che vi ho raccontato è racchiuso in questo piccolo ma grande libro.

Che annulla le differenze, gli schieramenti e accoglie soltanto una parola, quella che ci ha creati.
Quella che ha annichilito la solitudine.

E allora salverà il mondo solo la gioia di dire sì al viaggio.

Dire sì alla consapevolezza che la vera responsabilità non sarà quando arriveremo alla stazione.

Ma finché la vita… sarà la nostra.

E ogni parola, ogni gesto, ogni mito, ogni racconto sarà capace di scegliere il paesaggio da osservare al finestrino: abisso o paradiso.

Le parole salveranno il mondo.

E sono parole universali, adatte a ogni tempo, a ogni sacro.

Sono unione.

Compassione.

Gioia.

Responsabilità.
Accettazione dell’altro.

Rispetto.

Dialogo.

Amore.

Cooperazione.

Responsabilità

E nessuno, neanche io che mi definisco pagana, posso esimermi da raccoglierle e infilarle nel mio zaino.

E camminare verso quella stazione più forte.

Con gli occhi fissi al sole.

E magari affrontare Dio e dirgli:

Con te, Signore
È tutto così grande
Così spaventosamente grande
Che non è mio, non fa per me

Guardami
Io so amare soltanto come un uomo
Guardami
A malapena ti sento
E tu sai dove sono
Ti aspetto qui, Signore
Quando ti va

Roberto Vecchioni

***

Per te

che sei arrivata alla stazione con quel sorriso pieno di gioia

Perché la lacrima di dio aveva oramai trasformato il tuo cuore in luce.

Adesso aspettami

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