“Gothica” Autori Vari, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

Dorme, l’amor mio. Oh, quel sonno pertinace sia altrettanto profondo !

Le siano lievi i vermi d’intorno!

Lontano, nell’antica oscura selva,

per lei si dischiuda qualche alta volta,

un nobile sepolcro, che abbia spesso dispiegatosi suoi neri, alati e fluttuanti cortinaggi,

quasi in trionfo, sugli stemmati drappi,

nei funebri riti resi al suo alto lignaggio :un solitario,

remoto sepolcro,

alla cui porta ella un tempo,

fanciulla, scagliava i suoi ciottoli per gioco,

dalla cui porta mai più un’eco farà risuonare,

con un brivido pensando – figlia del peccato ! –

che fossero i morti a gemere la dentro.

Edgar Allan Poe

Questa è una delle mie poesie preferite di Edgar.

Credo rappresenti in pieno tutta la sua ars poetica, colei che a passo elegante seppur con i segni del logorio della carne mortale invade ogni suo scritto.

Esiste in Poe una tensione strana incapace di essere definita.

Oh potremmo provarci, infarcendo i discorsi con termini colti, pomposi e altolocati, non riusciremmo mai a superare il confine, non riusciremmo mai a penetrare davvero in quel castello fatto di opposti, di luci e di ombre.

Edgar è molto più difficile da comprendere rispetto a Lovecraft.

Non solo perché è immortale pertanto incapace di essere sedotto dai tempi.

Ma perché in fondo, nonostante quella sua nera anima apparentemente tormentata da chissà quale male moderno, lui è totalmente alieno dal nostro mondo di oggi, dai nostri valori e dalla nostra interpretazione.

Oserei dire che Poe è molto più affine con la mentalità antica, quella per intenderci dei celti che trovavano nell’oscuro un raggio di luce.

Una contraddizione per noi oggi, ma che ai tempi era semplicemente immediata.

Con il cogito ergo sum abbiamo disgiunto il mondo e dato lui delle coordinate precise e statiche.

Per il mondo dominato dall’abisso, da Arwen non era tutto cosi preciso e lineare.

L’onirico era parte della realtà e la realtà viveva e respirava nel mondo al di la del velo. Per chi la notte, ma anche il giorno si immergeva in quel mortal abbraccio era tutto semplice e naturale.

Ma poi bisognava vivere nella quotidianità, e chi non era parte di questa società, (gli apparteneva fisicamente forse, ma non a livello di anima) era completamente lacerato.

A differenza di Lovecraft, Edgar aveva una spiccata sensibilità.

Ma affatto assimilabile alla pazzia.

Lui viveva tra due mondi, non faceva parte del regno mortale ma era marchiato da quello delle ombre.

Ma questo era inaccettabile per il suo ambiente.

E questa dicotomia a cui l’educazione e la socializzazione lo costringeva era..devastante.

Se Lovencraft produceva orrori quasi per liberarsi delle sue ossessioni e trasportava la sua rottura di anima nei libri, Edgar semplicemente sapeva che il nero, l’orrore erano parte di una vita che andava oltre la carne.

E cosi i suoi vampiri sono semplicemente attraenti nel senso che magneticamente ci attraggono a loro e tra le braccia della morte in fondo si vive una nuova vita, dove ci si stacca da ogni irrequietudine, da ogni lacerazione e da ogni compromesso.

Edgar non era pazzo.

Era un romantico sognatore.

Nessun suo libro è davvero orrorifico.

Neanche il gatto nero.

Anzi è l’uomo che disturba la quiete di un luogo di terno riposo, che disprezza la natura immagine di quell’altra realtà il vero mostro.

Ecco perché ritengo Poe molto complesso per ogni autore, proprio perché il suo mondo è riservato a pochi.

Eletti o condannati a vagare per trovare quel sorso di eternità perduta.

Vendetta e odio divengono solo le porta con cui incontrare il sacro.

Che appunto perché sacro è terribile e maestoso.

E cosi serve davvero un anima che riesca a liberare quelle inquietudini e riversarle anche oggi in questo mondo assetato e cosi,,spoglio.

Ero titubante quando la Dark Zone mi ha offerto la possibilità di leggere questa raccolta.

Se sapevo, ero anzi sicura che con Lovecraft avrebbero fatto respirare quelle atmosfere necessarie a omaggiare il mito, con Poe..avevo le mie riserve.

Per i motivi che ho sopra descritto.

Sono felice invece di constatare che oltre a me ci sono altri oscuri viaggiatori dell’onirico. Persone che concepiscono l’universo come un organismo che respira e sorride, cosi legato da profonde relazioni che, la sua diversità di aspetto sparisce per rivelare la sua natura monistica.

E cosi Poe emerge da quell’eleganza raffinata di oscurità a tratti manieristica ma profondamente capace di rapire le anime.

Hanno portato alla luce il vero volto di Edgar: non l’orrore fine a se stesso ma quella voglia di viaggiare nei tetri regni della morte e del mistero per ritrovare se stessi.

Perché Edgar era anche grottesco, cosi come ci dimostra Re Peste ad esempio o il sistema del dottor Tarr e del profesor Fether.

Ma parla anche alla parte di noi che dobbiamo uccidere altrimenti rischiamo l’onta dell’esclusione sociale, cosi come ci racconta Wiliam Wilson.

In questa raccolta c’è tutto.

E hanno deciso di lasciarci ispirare o possedere ( è il termine adatto) da dieci temi specifici, ognuno con quella brillantezza cupa di mondi lontani, troppo alieni al nostro che viaggia tronfio verso l’evoluzione e i progresso.

E cosi i nostri meravigliosi autori mi hanno regalato attimi di pura bellezza, di maestoso stile cosi ricco e vitale, ma anche cosi descrittivo, capace di far brillare ogni parola come una nota musicale. e leggerlo in fondo è come ascoltare certe melodie, magari quando fuori pive e il cielo è si tenebra eppure…getta un fulgore assurdo sul paesaggio facendolo vibrare di brillantezza.

Ecco il senso della luminosità del nero.

Quella che spesso, nei libri, viene evitata.

Perché aliena, lo ribadisco a quel modo dicotomico di pensare.

Dieci perle quindi sussurrano lievi, con quella signorilità ai grandi è concessa.

Ma un complimento, lasciatemelo fare.

Tra tutti i maestri di questo meraviglioso ballo sospeso tra un allegro e un adagio un racconto sembra essere scaturito davvero dalla penna di Poe.

Ed è quello di Stefano Mancini.

Ascoltatelo:

E se nell’abito il pittore aveva dato il meglio di sé, nel riprodurre le fattezze della donna era stato ancora più abile. I capelli neri, acconciati in una crocchia alta e tempestata di perle, rilucevano come se il sole più splendente li stesse accarezzando ; le mani della signora manifestavano la grazia che doveva di certo averle contraddistinte in vita, con le vene che risaltavano sulla pelle forse un po’ troppo chiara, come se la poveretta non avesse goduto di buona salute.

E nel leggerlo i volti si sovrapponevano e riuscivo a distinguere se lo scritto fosse di Stefano o di un Poe con il volto composto e intenso e dal sorriso accennato.

E gli altri, meravigliosi tasselli si sono adattati alla sua musica cosi come note colorate capaci di dare forza e armonia al tutto.

Ma difficilmente dimenticherò la forza di questi racconti.

E ringrazio da amante e da ammiratrice di Edgar, queste meravigliose penne per averlo riportato in vita.

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