“Cesare. L’uomo che ha reso grande Roma” di Galatea Vaglio, Giunti. A cura di Alessandra Micheli

Prima di ogni argomentazione, prima di raccontarvi il libro, prima di illuminarvi sul suo contenuto ci tengo, dal profondo del cuore a dire una cosa avrei voluto da ragazza una professoressa come Galatea.

Forse la storia mi avrebbe parlato in modo diverso, forse l’avrei amata sin da subito. Forse non sarei passata per una fastidiosa nerd.

Io mi sono salvata, cari ragazzi, dall’ombra del qualunquismo studentesco, quello che rimprovera allo studio la sua inutilità per affrontare il mondo, perché ero un inguaribile curiosa.

Non riuscivo a non sognare, a non immaginare altre vite, e a sentire forte dentro di me il richiamo di altre epoche, di altri usi e costumi poco attinenti con l’insistenza su date a memorizzazioni di luoghi e battaglie.

Mi sono salvata perché la fantasia creava curiosità e la curiosità domande.

Per questo ho studiato spesso la storia fuori dai canali ufficiali degli istituti accademici.

Elementari, medie e superiori mi vedevano sempre più ansiosa di apprendere e lo facevo non sui testi o sui manuali.

Compravo monografie, libri storici e cercavo di calarmi non nei grandi eventi ma negli spiragli delle piccole storie, passate quasi timorose tra i banchi si scuola e le parole dei professori.

Fino a avere la fortuna di incontrare all’università la mia professoressa di storia moderna Giovanna Motta.

Che tra le pieghe degli avvenimenti maggiori ci raccontava la quotidianità della battaglia di Lepanto, le microstorie che arricchivano il cinquecento.

Ecco perché avrei voluto Galatea come prof.

Avrei abbracciato subito quell’approccio che si rifiuta di sostare nei polverosi antri dell’elitè accademica per mostrarsi in tutta la sua bellezza a tutti noi.

Perché la storia, come direbbe De Gregori è il nostro patrimonio.

Ci apparitene, e deve per forza essere fruibile a tutti.

E non sono i tomi arguti e professionali a darci la sensazione del tempo quelli da proporre oggi a tutti per risvegliare la stessa curiosità che qualche musa tenera e compassionevole svegliò un lontano giorno in me.

Ogni suo libro è comprensibile e restituisce personaggi e secoli a tutti noi, togliendoli dalle fameliche mani degli accademici, quelli che la vorrebbero chiudere in una vetrina.

La storia siamo noi e quindi per essere pienamente realizzati dobbiamo non conoscerla.

Ma viverla.

E ora veniamo al libro.

Da brava romana, romana doc, orgogliosa e fiera della sua città anche se ammaccata e ferita, ho cercato di conoscere i suoi protagonisti, quelli che fecero la repubblica che oggi ci hanno donato il diritto più perfetto del mondo.

Non non essere fiera, quando cammino per la mia città dei successi del grande impero.

Non posso non sorridere quando odo dei luoghi comuni che richiamano avvenimenti antichi.

Pensiamo a ci metto la mano sul fuoco…

E’ grazie alla vicenda di Muzio Scevola sapete?

O quando una madre presenta orgogliosa a una sua amica i suoi gioielli, mi ricordo della alterigia e della presenza di spirito di Cornelia. Ogni strada ogni ciottolo di Roma mia mi racconta una storia.

Ogni luogo riporta alla luce antica vestigia di un mondo strano, complicato e spesso contraddittorio.

Ma c’è un personaggio che mi ha affascinato, fatto arrabbiare e a tratti anche fatto allontanare dal mito di Roma caput mundi: Cesare.

Forse perché nei cartoons di Asterix (perdonami Galatea!) era rappresentato in modo poco lusinghiero.

Un arrogante narcisista che poco si interessava del suo popolo troppo preso da intrighi di palazzo.

Altri lo presentano come colto, raffinato e carismatico.

Altri come un crudele dittatore.

Altri come vittima di quegli stessi giochi di potere, fino a sfiorare il tradimento più terribile, che forse lo avrebbe ucciso più di un pugnale: anche tu bruto figlio mio, era la resa definitiva di un uomo, forse troppo stanco per continuare a subire la politica di allora.

Che Galatea ci restituisce, lucida e feroce facendoci comprendere come i giochi di palazzo che tanto ci fanno arrabbiare hanno, forse radici lontane.

E in quel linguaggio comprensibile come se fosse un serial colossale, uno di quelli hollywoodiani, la vicenda dell’uomo che rese grande Roma, dell’uomo del dado è tratto (uno dei migliori modi per prendersi la responsabilità di una scelta) appare in tutto il suo enigmatico e suadente splendore.

Cesare è questo ambiguo e affascinante.

Un uomo senza tempo. Un uomo che ha portato avanti, con i suoi pro e i suoi contro il suo progetto.

Che forse non era tanto quello di comandare l’urbe.

Ma di non diventare polvere nel tempo.

Perché a volte per rendersi immortali non serve il patto con l’ombra.

Serva la capacità di lasciare un forte segno del tuo passaggio in questa bistrattata terra.

Odiato e amato Cesare resta.

Resta per noi romani che privi di una sana ed etica politica ci aggrappiamo al sogno remoto di un era che fu.

Resta, per ogni studente che si ritrova bloccato nella vita da mille difficoltà e da un tempo che sembra tiranno.

Resta per ogni uomo che decide di togliersi la maschera del quotidiano per diventare nel suo piccolo straordinario.

Resta per ogni studente che si perderà nei mille intrighi che forse confonderà Catilina con Adriano.

Resta in ognuno di noi.

Macchie che diventa onorificenza o condanna.

Ma resta perché ci ricorda come l’ordinario non è la sola strada che può imboccare l’uomo.

Alcuni si annoiano della routine.

Alcuni vogliono toccare quel cielo da cui un giorno discese uno spirito a animare una terra brulla.

Alcuni devono mettersi alla prova, alla prova la loro intelligenza, l’arguzia e perché no, un intelligenza che deve essere plasmata dall’esperienza.

Non tutti possono essere Cesare.

Ma Cesare può ispirare tutti.

Alcuni per svegliare una strada diversa, meno impregnata di politologia e compromessi e essere diversi da lui.

Altri perché possono ottenere anche loro un posto nella STORIA.

E serve a voi ragazzi, oggi troppo distanti dalla cultura, considerata luogo riservato a pochi eletti.

Una cultura che diventa quasi un anatema da porre sulla fronte del Caino di turno.

Grazie alla nostra favolosa professoressa, essa torna a essere vostra.

E potete usartela come pennello per dipingere la vita o penna per scrivere un altro finale.

Cesare lo ha fatto.

Cesare ha smentito pregiudizi, ha superato i propri limiti ha ribaltato LE aspettative.

Ha visto ogni ostacolo non come impedimento ma come sfida.

Allora la ringrazio come una vera amante di un mondo storico mal compreso da tutti, per averci restituito la storia la tempo di oggi, ai ragazzi e anche un po’ a me.

Che annoiata dai troppi saggi pomposi, mi ero quasi disamorata, quasi decisa a lasciare il ventre protetto della maschera dell’intellettuale, per camminare quasi come un anima pasoliniana, tra i quartieri pieni di gente.

E invece ecco cosa significa storia:

E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia)

quando si tratta di scegliere e di andare,

te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,

che sanno benissimo cosa fare.

Quelli che hanno letto milioni di libri

e quelli che non sanno nemmeno parlare,

ed è per questo che la storia dà i brividi,

perché nessuno la può fermare.

La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,

siamo noi, bella ciao, che partiamo.

La storia non ha nascondigli,

la storia non passa la mano.

La storia siamo noi, siamo noi questo piatto

di grano.

Francesco De Gregori

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