“La cacciatrice” di AS Twinblack. A cura di Alessandra Micheli

Questo libro non sarà una facile lettura per alcuni.

E non c’entra nulla lo stile e tutto quello che ci piace raccontare sui libri.

Ma è la tematica a far venire i brividi.

Perché dietro l’abile thriller il contenuto urla e vuole essere compreso e regalato a ognuno.

Antonella tenta di farci reagire di fronte alla mancanza d rispetto che abbiamo nei confronti dell’altro.

E’ il primo passo.

Tu diverso, tu spesso con una idea precisa diventi se ben accolto, ricchezza. Ma se caricato di ogni stereotipo e di ogni mia mancanza , ogni mia ossessione, divieni il nemico.

Non servono tanti discorsi sulla violenza di genere e non di genere.

L’uomo è specchio di se stesso.

Nell’altro noi ci ritroviamo.

La differenza la fa il ritrovare le parti migliori di noi, come una potenzialità o un sogno realizzato.

O cosa ci spaventa.

Così la persona viene privata di una sua identità e umanità.

E viene usata, derisa, vilipesa umiliata.

Nel caso delle donne è tutto più complesso.

Di fronte a anni di idea abbastanza pericolose quelle che volevano la donna senza anima ci siamo ritrovate improvvisamente a poter reclamare dei diritti.

Minimi diritti eppure cosi importanti, come votare, portare i pantaloni, ereditare.

O decidere persino chi sposare o se accettare la maternità.

Ma il retaggio non veniva toccato.

Nessuno, tranne Poullain De la Barre che ci provò a contestare un certo Jean Bodin che affermava l’inferiorità morale, intellettuale della donna, nessuno disse vediamo un po’ cosa possiamo fare.

Bisognava andare nel calderone dei valori e iniziare a far una sorta di selezione: questo si, questo no.

E cosi i diritti sono arrivati. Tanto che persino la donna ne è stata sopraffatta.

Adesso poteva persino lavorare o indossare la minigonna senza sentirsi, per dirla alla Cardella, una bottana.

Ma anche lei si sentiva fragile davanti a un innovazione che spesso camminava accanto all’involuzione.

A braccetto, dipendenti uno dall’altro.

Che se un passo avanti doveva essere compensato da cento indietro.

Seppur apparentemente libera ella restava oggetto.

Soggetto rarissime volte.

Tanto che per provarci è stato pensato all’istituzione del concetto di pari opportunità.

Tutte felici allora.

Eppure…

Nessuno se non filosofi pratici hanno detto: ma se dobbiamo ribadire la pari opportunità, questo progresso dove mai può stare?

Se il lavoro è legato la merito, a cosa servono le quote rosa?

Sono piccoli cavilli che si risolvono con uno scrollone.

Chi li evidenzia è polemico e pesante.

E cosi abbiamo, cosi come nel caso della Cacciatrice, donne bellissime, sensuali, predatrici che però alla fine non sono che meri oggetti.

Non importa se sessuali o decorativi.

Importante è che nel momento in cui loro abbassano lo sguardo esse riportano a galla una memoria atavica.

Che abbiamo perso.

Abbiamo perso il ricordo di stupri di massa e di botte.

Abbiamo perso quel ricordo di orrori, quello che alla fine ci salva.

Perché restituisce dignità a uno strano dolore sopito e mai elaborato.

Barattato con un grammo di finta ammirazione.

E allora dietro il thriller, la cacciatrice vi parla proprio di questa atrocità: la perdita della memoria che rende la libertà femminile ancora un miraggio lontano.

Solo ricostruendo la storia con il suo pagamento di sangue e violenza, si può tornare a riprovare a vivere.

Altrimenti siamo bellissime prede, cacciatrici, decorazioni, oggetti.

Ma mai persone.

Questo libro non sarà una facile lettura per alcuni.

E non c’entra nulla lo stile e tutto quello che ci piace raccontare sui libri.

Ma è la tematica a far venire i brividi.

Perché dietro l’abile thriller il contenuto urla e vuole essere compreso e regalato a ognuno.

Antonella tenta di farci reagire di fronte alla mancanza d rispetto che abbiamo nei confronti dell’altro.

E’ il primo passo.

Tu diverso, tu spesso con una idea precisa diventi se ben accolto, ricchezza. Ma se caricato di ogni stereotipo e di ogni mia mancanza , ogni mia ossessione, divieni il nemico.

Non servono tanti discorsi sulla violenza di genere e non di genere.

L’uomo è specchio di se stesso.

Nell’altro noi ci ritroviamo.

La differenza la fa il ritrovare le parti migliori di noi, come una potenzialità o un sogno realizzato.

O cosa ci spaventa.

Così la persona viene privata di una sua identità e umanità.

E viene usata, derisa, vilipesa umiliata.

Nel caso delle donne è tutto più complesso.

Di fronte a anni di idea abbastanza pericolose quelle che volevano la donna senza anima ci siamo ritrovate improvvisamente a poter reclamare dei diritti. Minimi diritti eppure cosi importanti, come votare, portare i pantaloni, ereditare.

O decidere persino chi sposare o se accettare la maternità.

Ma il retaggio non veniva toccato.

Nessuno, tranne Poullain De la Barre che ci provò a contestare un certo Jean Bodin che affermava l’inferiorità morale, intellettuale della donna, nessuno disse vediamo un po’ cosa possiamo fare.

Bisognava andare nel calderone dei valori e iniziare a far una sorta di selezione: questo si, questo no.

E cosi i diritti sono arrivati. Tanto che persino la donna ne è stata sopraffatta.

Adesso poteva persino lavorare o indossare la minigonna senza sentirsi, per dirla alla Cardella, una bottana.

Ma anche lei si sentiva fragile davanti a un innovazione che spesso camminava accanto all’involuzione.

A braccetto, dipendenti uno dall’altro.

Che se un passo avanti doveva essere compensato da cento indietro.

Seppur apparentemente libera ella restava oggetto.

Soggetto rarissime volte.

Tanto che per provarci è stato pensato all’istituzione del concetto di pari opportunità.

Tutte felici allora.

Eppure…

Nessuno se non filosofi pratici hanno detto: ma se dobbiamo ribadire la pari opportunità, questo progresso dove mai può stare?

Se il lavoro è legato la merito, a cosa servono le quote rosa?

Sono piccoli cavilli che si risolvono con uno scrollone.

Chi li evidenzia è polemico e pesante.

E cosi abbiamo, cosi come nel caso della Cacciatrice, donne bellissime, sensuali, predatrici che però alla fine non sono che meri oggetti.

Non importa se sessuali o decorativi.

Importante è che nel momento in cui loro abbassano lo sguardo esse riportano a galla una memoria atavica.

Che abbiamo perso.

Abbiamo perso il ricordo di stupri di massa e di botte.

Abbiamo perso quel ricordo di orrori, quello che alla fine ci salva.

Perché restituisce dignità a uno strano dolore sopito e mai elaborato.

Barattato con un grammo di finta ammirazione.

E allora dietro il thriller, la cacciatrice vi parla proprio di questa atrocità: la perdita della memoria che rende la libertà femminile ancora un miraggio lontano.

Solo ricostruendo la storia con il suo pagamento di sangue e violenza, si può tornare a riprovare a vivere.

Altrimenti siamo bellissime prede, cacciatrici, decorazioni, oggetti.

Ma mai persone.

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