“La stanza dei divani” di Diana Pavel, Eretica editore. A cura di Alessandra Micheli

Se dovessi ricorrere alla metafora psichica, dovrei raccontare come la casa è il simbolo più banale ma potente del proprio io.

Ci sono tutti gli elementi, dalla soffitta luogo del super-io, alla cantina dove si agita l’ombra tenebrosa citata da Jung.

Esiste la cucina il lato creativo femminile dove le potenzialità cosi come il cibo vengono trasformate in energia.

Ogni stanza ha un suo profondo significato adatto per intraprendere il viaggio più bello quello verso la scoperta di se stessi.

Ma se poi mi chiedo cosa potrebbe mai significare il salotto mille idee mi rimbombano nella testa.

Luogo di convivialità incontro tra le parti segrete e spesso nascoste di noi, i residui illogici di paretiana memoria con il lato della socializzazione, quella che a volte non controlla i nostri veri volti ma ci regala maschere adatte per ogni momento di socialità.

Ecco che il salotto è luogo di incontro ma anche si scontro, laddove la scoperta è spesso tragica e raramente lieta: nel salotto, sul divano in preda ai riti ossessivi che comporta il contatto con l’altro ( pensate alle sofisticate cerimonie del te con i mille piccoli rituali) si scopre la vera limitazione umana, quella che noi tralasciamo: la consuetudine e la dura realtà.

Fatta non solo di piccole cadute, di sgarbi e di piccolezze ma anche di grandi drammi, lutti, solitudini e gabbie dorate.

Ecco che in questo immaginario contesto, persone che devono confrontarsi con il reale che sembra oramai dare torto a Cartesio, ossia io sono manifestatamene e materialmente dunque posso pensare, si rivelano i volti di un umanità che piange e sussurra, non urla la sua disperazione.

Ma non solo.

Il salotto diventa luogo incantato simile ai campi elisi dove rifugiarsi quando il confronto con ciò che è e mai si trasforma diventa pesante, diventa inaccettabile.

E in quella bolla sospesa iniziamo a dialogare con l’altro e a fingere che la difficoltà non sia disastrosa ma sia opportunità.

Fingiamo che in fondo la caduta porta la progresso, che in fondo la lacrima serve per annaffiare il nostro orticello.

Che poi diviene troppo limitato, troppo rinchiuso in se per poter dare retta alla cangiante anima umana.

Ma il problema è che il dramma, il dolore non viene mai realmente nominato e diviene per dirla alla Potter ancora più enorme insidioso e terrificante, un mostro che non molla il suo tentacolo sulla nostra vita.

E cosi tra allusioni e similitudini il flusso di coscienza dei protagonisti, quasi tutte donne e rari uomini, diviene un fiume in piena che travolge e a tratti soffoca.

Complice lo stile raffinato ma dotato di una certa dose di ansia dell’autrice ( rea di usare poca punteggiatura proprio per dare il senso di corsa e di claustrofobia).

Un libro sicuramente alieno dalla poesia contemporanea fatta di buffi, di ricci ghirigori e a tratti di ironica.

Qua di ironico esiste ben poco, forse solo la caparbietà umana di non voler mettere il proprio potenziale a favore della crescita, limitandosi a mostra un agonia senza fine.

E cosi la routine si mostra con tutta la sua tragica profondità: siamo tutti protagonista di questa stanza ma nessuno alla fine brilla.

Cosa mai sia questo luogo sta a voi scoprirlo.

Cosa davvero rappresenti la stanza dei divani diventa oggetto di personali interpretazione.

Potrebbe essere la sala di attesa di un ospedale o la sala di attesa di un treno che, però non riesca mai a partire.

La forza evocativa è fatta di tenebra e di angoscia.
Ma forse è priori quel suo essere impronta di un dolore mai sopito nell’umanità la forza catartica della poesia, che si fa uomo, si fa emozione e forse, almeno io lo spero libera e salva.

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