“Infernapoli” di Vincenzo Carriero. A cura di Alessandra Micheli

«Per me si va ne la città dolente,

per me si va

ne l’eterno dolore,

per me si va

tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore; fecemi la divina podestate, la somma sapienza e l’primo amore.

Dinanzi a

me non fuor cose create senon etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

Cosi inizia il famoso terzo canto dell’inferno.

Davanti al loco oscuro una scritta ci avverte di cosa mai troveremo all’interno di ogni girone.

Dolore, perdizione.

Ricerca di una giustizia che può compiersi soltanto tramite la benevolenza divina, come se lo stato le legge non fosse assolutamente sufficiente.

La perdita della sapienza quella conquistata con un furto che ci avrebbe dovuto far riconoscere il bene e il male.

E la speranze di redenzione, lasciata sulla soglia in omaggio al tremendo Caronte, omaggio a chi ci ha regalato la gloria ma ha preteso la nostra anima.

E’ uno dei canti più disperati, uno dei più definitivi: dall’inferno non si scappa.

La pena va scontata, fino in fondo, senza che qualche avvocato possa trovare il cavillo per una sospensione della condanna.

La domanda che però l’intera commedia sacra fa sorgere è molto più particolare: qua l’è l’inferno?

Quello che vivremo quando la pesa del cuore avrà esisto negativo?

O lo stiamo già vivendo?

In questi gironi che sanno di zolfo, dove la dignità del lavoro viene annichilita, sacrificata al dio denaro.

Dove la giustizia è solo una mera parola.

Dove esiste ancora fame e dolore.

Dove si lotta fino all’ultimo per un tozzo di pane seppur simbolico.

E per partecipare al banchetto bisogna pagare lo stesso pegno : lasciate ogni speranza voi che entrate.

Lasciate i sogni.

La bellezza, ogni ideale.

Lasciatelo e entrare nel girotondo con demoni in giacca e cravatta e incubi usciti dritti dalla storia.

Città bellissime ridotte a cumuli di cenere, città come bambole senza cuore guidate da un congegno meccanico che le fa sorridere e ballare a comando.

Polvere e cumuli di macerie.

Sono le città che ognuno di noi ama, può essere Roma o..Napoli.

Infernapoli è il libro più grottesco, duro e crudo ma anche con un sarcasmo che taglia a pezzi quello strano involucro di plastica che ci circonda la coscienza.

E’ il racconto di un inferno sceso sulla terra.

Fatto di soggetti strani che possiamo incontrare ogni giorno.

Di personaggi da incubo risorti perché qualcuno a loro crede ancora.

Ma anche la disperazione di chi non può essere corrotto dal male, un male che dalle città dai vicoli si sposta in un onirica dimensione.

E il vincente a differenza di racconti fantasy non è chi ha l’anima integra.

Ma chi di quelle persone innocenti e pure se ne serve.

E cosi una commedia che gronda sangue e dolore ci fa sorridere.

Ma non è un sorriso lieto.

Non di quelli che riscaldano l’animo.

E’ un sorriso che getta un ombra su un anima che gronda sangue e lacrime.

E forse è quel sorriso il più importante di tutti.

Forse è Infernapoli che guascone come il suo autore ci spinge a vedere.

E forse soltanto vedendo…possiamo salvarci.

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