“Charles Bukowsky. La scrittura che esplode dal basso: L’America e il suo ubriacone” di Francesco Amoruso, Il Terebinto. A cura di Alessandra Micheli

Ci sono autori che mi affascinano moltissimo.

Ma che per qualche strano motivo sono lontani da me, dalla mia anima e dalla mia cangiante essenza.

Possiamo ammirare lo stile di uno scrittore, invidiarlo persino, quasi odiarlo perché capace di scrivere ciò che per noi è solo una irraggiungibile chimera.

Ma al tempo stesso viaggiano su strade distanti da quelle scelte da noi. Magari parallele ma completamente nascoste ai nostri occhi.

E’ cosi per Bukowsky.

Per quanto io riconosca la sua bravura, la necessità della sua ingombrante presenza in questo caleidoscopico mondo letterario, non sono mai riuscita a comunicarci davvero.

Letti i suoi libri.

Ma essi non riuscivano mai a entrare in quelle misteriose sale da te immaginarie dove io e ogni pezzo di storia letteraria ci sedevamo a dialogare a raccontarmi e raccontarci la necessità della parola che si faceva carne.

Bukowsky in quelle meravigliose feste non c’era.

Era li sulla porta quasi ironico e irriverente.

Scomodo ma incapace di prendermi per mano e sedersi con me dicendomi: ascolta.

Leggevo ma non ascoltavo.

Nessuna delle sue parole penetrava nel lago oscuro della mia strana essenza.

In quella grotta piena di stalattiti capaci di riflettere i mille colori del verbo, i suoi libri non brillavano.

Bellissimi eh.

Riconoscevo il talento e il capolavoro.

Ma era come se parlassimo due lingua distanti, armoniche, ritmate, bellissime all’udito, ma incapaci di coglierne il significato.

Per questo ho letto con voracità questo saggio.

Avevo bisogno, cosi come ho bisogno di respirare, di comprenderlo.

Di scoprirlo di farmi rivelare quei segreti silenti che non riuscivo a capire dai suoi libri.

Charles è difficile.

E’ tutto ma non apertamente poietico.

Non riesco a captare dietro l’apparenza una sostanza fatta di sensibilità e forse un lascito che sappia meno di nichilismo e molto più di speranza.

Perché so che il mondo descritto da Bukowski è reale e non solo per quell’America che si accontentava di sogni di plastica.

Ma per noi oggi, che siamo eredi di quegli stessi inutilizzati illusori voli pindarici.

Il mondo è un giungla.

E il libro è solo la nostra bussola per orientarci per rendere noi sognastori meno fragili e indifesi.

Davanti alle fiere che ti seducono, sussurrano promesse in cambio di te stesso.

Bukosky era irriverente, osceno e a tratti crudele.

Ma era il suo modo per reagire a quel lascito di un mondo che sembrava andare a corrente.

Che sembrava una eterna farsa con la faccia da Pierrot elettronico patetico. Una volta finite le pile veniva messo in un angolo a contemplare lo sfarcelo di un’esistenza fatta solo di burattini e di finzioni.

Bukowsky in tutto questo era vero.

Niente fronzoli, niente finte speranze.

Ed è bellissimo il paragone con Pasolini.

Entrambi camminavano in mezzo al fango cercando forse disperatamente rose.

Ognuno con il suo scudo.

Pasolini una sorta di intellettualismo che lo rendeva un osservatore partecipante.

Bukowsky senza filtri totalmente imbevuto negli ultimi.

Perché lui stesso era ultimo.

Forse fallito.

Forse fragile ma bellissimo in tutti quei suoi sbagli.

Bukowsky oggi si è seduto con me ubriacone e scurrile.

Ma mi ha teso la mano e stretta forte.

E per la prima volta in tanti anni…l’ho amato.

E accolto anche ubriaco tra le mie braccia.

Quindi grazie a Amoruso e al Terebinto.

Perché oggi nei miei tè immaginari è seduto sulla poltrona di chintz anche lui.

E’ cacofonico e irriverente.

Ma dietro ai suoi occhi riconosco gli stessi occhi atterriti e malinconici che ho io.

Cerco di trovare un modo per capire

Corriamo tra i sorrisi dei colletti “giusti”

Ma se cadiamo a terra poi son cazzi nostri

La vita adesso è un ponte che ci può crollare

La vita è un nuovo idolo da scaricare

Stasera chiudo gli occhi ma non dormirò,

Enrico Nigotti

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