“La fattoria degli animali” di George Orwell. Newton Compton. A cura di Paola Perri e Barbara Amarotti

La fattoria degli animali. La sovra-dimensione del testo. A cura di Paola Perri

A volte sono necessari strumenti storici per capire profondamente un testo. Altre volte il contesto storico è ininfluente: la narrazione riesce ad elevarsi; unifica, distrugge e, dunque, descrive qualsiasi epoca. Ci sono casi, poi, in cui il periodo di composizione sembra quasi non esistere, ma quello di fruizione, ad un tratto, arriva: un’opera appare stranamente azzeccata, pur scritta in un momento storico precedente.

La fattoria degli animali ha questo di particolare: rientra in tutte e tre queste dimensioni. In tal senso, l’analisi di Enrico Terrinoni è precisa nell’identificarla in una favola per tutti. Non sarà, dunque, peregrino leggere il testo di Orwell in ognuna di queste dimensioni e domandarsi quali sono gli abiti che riesce a vestire questa allegoria, di volta in volta.

Orwell pubblica la sua ferocissima favola nel 1945. Diverse sono le tensioni che lo ispirano, ma la riflessione si incentra sulla rivoluzione russa, e sopratutto su quel che ne seguì: la figura di Stalin è, non poi così in filigrana, il porco che ingrassa, uccide e inganna. Un esito artistico per una spietata analisi politica: ne La fattoria degli animali sono, infatti, le pecore, e non il maiale dittatore, a zittire costantemente le voci contrarie. Certo, ci sono i cani in squadracce che uccidono, gli accordi segreti con gli uomini e, sopratutto, il fedele galoppino Spiffero che confonde le acque. Eppure, la stupidità delle pecore ha un ruolo dirimente in ogni fase del racconto: sono gli slogan chiassosi, inebrianti, che innalzano o depongono il maiale di turno. Si tratta di cantilene che, a ben pensarci, hanno al fondo una filosofia profondissima: ripetute, urlate, monche per la semplificazione, diventano quel rumore, vuoto ma solidissimo, della massa. E si badi bene, non si sta parlando qui di indottrinamento, ma di quella speciale furia che solo la cieca adorazione può dare. Ma cosa adorano le pecore e cosa, dunque, adora il popolo che si inchina al suo dittatore? Nient’altro che le spiegazioni plausibili, seppur non dimostrabili.

Sembra un’arma innocua, accomuna lo scrittore al bugiardo e il dittatore allo storico più accurato: fornire racconti che abbiano quantomeno l’odore rassicurante della plausibilità. E nel testo di Orwell la dinamica si ripete uguale, quasi comica: succede qualcosa di catastrofico o misterioso e ne viene data una spiegazione indimostrabile, ma comunque accettabile. Nella descrizione di questo processo La fattoria degli animali non ha epoca, né ideologia politica: sta raccontando, infatti, la tendenza degli uomini ad avere delle credenze, le sole che permettono di sopravvivere. La lettura del reale, dunque, diventa a tutti gli effetti la parete di una stalla su cui sono incise regole che nessuno è in grado di decifrare, ma che cambiano di continuo.

Viviamo in un’epoca in cui è strano leggere i libri di Orwell: la plausibilità, quell’arma potentissima dello scrittore e del dittatore, si è allargata a dismisura, e sembra coprire ogni cosa. Così, sembra quasi auspicabile essere Mollie: la cavallina che voleva solo lo zucchero e i nastrini, nessuna rivoluzione, nessun capovolgimento.

***

La Fattoria degli Animali. Una favola senza tempo? A cura di Barbara
Amarotti

Cosa scrivere di questo romanzo che non sia già stato scritto?

E’ una favola, ma non solo.

E’ un’allegoria che mostra come ogni totalitarismo finisca per generare mostri.

E’ uno spaccato dei tempi in cui è stata scritta, per cui l’autore ha voluto mettere in guardia i propri compatrioti contro i russi.

Ma, soprattutto, è ancora attuale ai giorni nostri?

Sì, “La fattoria degli animali” è ancora così attuale da poter sembrare scritta ora e non nel secolo scorso.

Quando il Vecchio Maggiore insegna agli altri animali la canzone Bestie d’Inghilterra e lascia i dieci comandamenti dell’Animalesimo non immagina certo che il suo legato possa venire usato per altri scopi se non per liberare gli animali dal giogo pesante sotto cui sono tenuti dagli uomini che li usano per poi buttarli quando diventano vecchi e inutili.

Purtroppo Napoleone, Palla di Neve e Spiffero colgono l’occasione per ergersi a salvatori della Patria (anche se a un certo punto Palla di Neve cambierà idea) e prendono il potere un po’ con la connivenza degli altri animali, le pecore in primis, e un po’ con violenza e maldicenze.

Così gli animali riescono sì a cacciare il fattore e, per un periodo, anche a far prosperare la fattoria, ma finiscono con allearsi con i fattori vicini quando un raccolto poco abbondante li riduce alla fame arrivando appunto a ribaltare completamente i valori lasciatigli dal Vecchio Maggiore.

Ma perché i porci riescono a prendere il potere?

Semplice: sono gli unici a saper leggere e scrivere!

Certo, insegnano a farlo anche agli altri, ma con scarsi risultati e così il loro potere aumenta e nessuno mette in discussione le loro verità neppure quando arrivano a non distinguerli dagli odiati uomini.

Io credo, che essere in grado di leggere e comprendere quello che si legge per non essere comandati da nessuno sia valido ancora oggi, nella nostra era comandata dalla tecnologia dove molti si perdono e finiscono con il credere a ciò che vedono, senza domandarsi se è vero o meno e alcuni seguono ciecamente altri solo perché questi li convincono che qualsiasi cosa facciano sia l’unica soluzione possibile, proprio come fa Combattente che crede alle parole di Napoleone e Spiffero fino alla morte.

Quindi leggete, pensate e decidete con la vostra testa, solo così i vari Napoleone non avranno potere su di voi

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