Review tour “Fracture” di Barbara Bolzan, Delrai edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Quando un libro è stilisticamente, strutturalmente e sintatticamente un vero incanto diventa arduo scrivere una recensione.

Questo perché ammaliati dalla perfetta scorrevolezza come solo un libro coerente con il suo genere può possedere si perde il senso analitico necessario per destrutturarlo e osservarlo nei minimi dettagli e particolari.

Le frasi perfettamente inerite nel contesto, le descrizioni ricche di simboli, di perfette descrizioni psicologiche, di dettagli e eventi che si susseguono secondo uno schema perfetto tanto da coinvolgere il lettore tenendolo con il fiato sospeso fino alla fine.

E mai del tutto soddisfatto ma con una brama di conoscenza che fluisce impetuosa.

Ed è un sacrilegio analizzarlo spezzettando una forma così mirabile. Dovreste leggerlo sulla fiducia, assaporarlo punto per punto.

Ma ahimè devo fare il mio lavoro.

Perché purtroppo il mio carattere mi fa dubitare che, se non guidati, i gusti del lettore diventano quasi assuefatti se non atrofizzati dall’immediatezza quasi banale di molti scritti.

Invece, il vostro cervello unito all’immaginazione deve lavorare, senza soffermarsi sull’accennata storia d’amore ma ampliandosi fino a volare verso l’intento distopico della nostra Barbara. 

Quindi ritengo mio dovere etico, prendervi per mano e guidarvi nell’intricato ma mai banale mondo creato da Barbara. 

E soprattutto farvi capire come sia possibile inserire elementi narrativi di impatto, con una grande dose di emozione, senza sacrificare l’azione, al bellezza e la struttura.

Tutto questo corollario serve da contorno al piatto principale: i significati a volte di sottile, ma neanche tanto, critica su argomenti a noi molto familiari, quali il potere, i ruoli sociali, il significato di famiglia ma non solo quello più positivo, ma anche quello diciamo più oscuro, spesso oggetto e soggetto di molte analisi psicologiche di élite. 

Barbara conosce molto bene il suo lavoro, l’ho già detto e lo ripeto: sa scrivere.

Conosce ed adopera abilmente le tecniche letterarie, dall’analessi alla tecnica del pensiero narrativo, all’uso perfetto del corsivo per dare un’ottica quasi impersonale, di contemplazione e di spiegazione degli eventi come ad innescare nel movimento tipico del fantasy, una sorta di elaborazione, interpretazione, comprensione, rievocazione di esperienze, accadimenti, fatti.

E’ cosi possibile dare ad essi una forma che renda possibile non solo raccontarli e descriverli ad altri, ma soprattutto tentare di spiegarli alla luce delle circostanze, delle intenzioni, delle aspettative di chi ne è protagonista tanto conferire loro senso e significato, collocandoli nel contesto di copioni, routine, repertori socio-culturalmente codificati.

Il corsivo, inserito nella trama serve appunto per osservare e analizzare da quali basi sia scaturito ma sopratutto cosa quell’evento ha creato nella psiche della protagonista che diventa cosi quasi impersonale simbolo del percorso evolutivo di ogni essere umano. 

In questa sospensione atemporale passato presente e futuro si intrecciano rendendo Rya non una ma addirittura tre donne assieme:  fanciulla ingenua e innocente, la donna ferita ma quasi svegliata da una consapevolezza improvvisa e la donna saggia, colei che metabolizzando gli accadimenti diventa padrona di se stessa.

Ecco che lasciamo Rya in quest’ultima veste, pregustando poi le azioni totalmente opposte a quelle della ragazza che abbiamo incontrato. In questa visuale, essa è l’eroe che ho tanto decantato, il protagonista assoluto di ogni fantasy e di ogni romanzo di formazione tanto che posso inserire il romanzo nella perfetta struttura classica di un fantasy.

Rya comprende in se ogni eroe che ha attraversato la letteratura antica a moderna : è Peredur dei racconti del Graal, è Ginevra, è Vasilissa, è la Fanciulla senza mani dei racconti popolari, la sposa di Barbablu fino a diventare Frodo e Harry Potter.

Fa parte, cioè, di quel filone che racconta semplicemente cosa significa diventare uomo. In questo caso donna.

Accanto a Rya esiste poi il protagonista maschile altro importante simbolo eterno del Re perduto, un Artù a cui è stata sottratta la sua Terra passata da regno fecondo a regno oscuro.

E’ il Robin Hood custode della foresta e giustiziere dei deboli è Edmondo Dantes nascosto ma pronto a emergere per riparare i torti.

Che significato ha rievocare tutti questi Eroi in un libro solo?

Significa donare al testo quella vena di distopia che è la necessaria fondamenta per un’acuta critica sociale e politica.

Entrambi i protagonisti letterari che ho citato erano outsider, ribelli nel senso stretto del termine.

Non accettavano ne ingiustizie, ne lo status quò caratterizzato da privilegi ma, soprattutto, non accettavano il ruolo prescelto dalla società a cui appartenevano.

Ecco che accanto alla profonda critica del potere, si trovano anche considerazioni sul ruolo sociale spesso portato avanti dalla famiglia di appartenenza.

In questo caso Rya è il simbolo non della classica famiglia da mulino bianco, ma di un’organizzazione che fa dei legami di sangue dei fili con cui interesse l’arazzo del proprio prestigio personale.

In virtù del suo status sociale, acquisito secondo azioni non limpide (caratteristica aihmè comune a molti governanti odierni) Rya si trova a fare i conti con una famiglia spesso anaffettiva che strutturava le figlie come oggetti quasi ornamentali se non come pedine impersonali sulla scacchiare strategica

Noi siamo le rose mi aveva spiegato una volta nessuno riesce mai a staccare lo sguardo da noi non deve succedere, Devono continuare a guardare e dimenticare tutto

In questo caso il senso della bellezza non è di calmare ferite o come nella poesia di riuscire a far cogliere il mistero del creato.

L’intento è più oscuro quello di distogliere l’attenzione dai problemi dalle beghe politiche finanche dalle modalità distorte con cui si governa.

Rya è un quasi un oggetto al servizio di scopi materiali, la bellezza viene cosi governata dalla finalità cosciente, e lei non è e non può essere libera. E’ cosi costretta dai limiti del suo ruolo da non avere quasi una personalità precisa ma piuttosto a essere un emanazione della sorella stessa, anch’essa relegata al ruolo di elemento decorativo.

Quando Rya varca il limite del bosco attraversando il fiume non lo fa per una semplice scelta stilistica dell’autrice.

Il bosco infatti attrae e inquieta, conforta e minaccia proprio per il suo rappresentare le caratteristiche più inconsce dell’essere umano quelle creative e cicliche di vita e morte che in psicanalisi rappresentano le tra fasi della crescita umana come perdersi incontrarsi e ritrovarsi o rinascere.

Queste caratteristiche materne ne fanno un simbolo del ventre della madre dove il seme inizia la sua difficile strada per crescere, essa inghiotte, metabolizzandoli in un humus fecondo dove ironia della sorte nasce la vita.

Cosi Rya viene quasi divorata dalle scoperte che, le fanno comprendere come la sua vita di prima fosse fasulla, illusoria e deteriorante per una psiche come la sua così accogliente, cosi intuitiva e cosi pronta alla ribellione.

E infatti, Rya attraversa il fiume inteso come limite del mondo conosciuto per entrare laddove lo sconosciuto la fornirà la chiave per aprire porta segrete e uscirne diversa: unica moneta da pagare la perdita dell’innocenza.

Pertanto è in quel luogo oscuro, umido precluso quasi dallo splendore dalla vivacità di Temarin che Rya impara a sapere dove invece di perdersi torna davvero a casa da se stessa.

Ultimo dato.

La distopia del libro la si ritrova proprio in quella critica al potere tanto forte quando quasi nascosta tra le frasi di Rya.

Le stesse descrizioni di Temarin come ideale cozzano contro una realtà diversa, quella del compromesso, del marcio nascosto sotto la facciata, del mondo perfetto che è soltanto apparenza.

Perché il potere è dotato di una sorta di beffardo disprezzo per l’etica cosi come impara a capire Rya rivedendo alla luce dell’incontro con  Nemi cosa significa davvero governare.

Non impartire ordini, non dilettarsi con i privilegi ma farsi portavoce e speranza per la comunità preservandola come un re sacerdote dai pericoli.

Nemi è il re perduto, quello tanto decantato dalla ballate celtiche e osannato da Julius Evola nel suo mistero del Graal. 

La sovranità cade spesso in preda dell’abisso rendendo come sempre e lo vediamo oggi una terra feconda in terra desolata in attesa che un giorno nasca un eroe in grado di ridonare speranza e prosperità al mondo.

E per farlo non dovrà che combattere Mordred l’atavico nemico ( impersonato dal re di Iridhetia) per ristabilire la perduta età dell’oro.

Ringrazio Barbara per aver attualizzato in maniera così stupefacente antichi miti oggi più che mai indispensabili per la crescita civile della nostra patria cosi bistrattata dai detentori del potere incapaci e indegni di gestirlo.

Perfetto

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