“L’erede del tempo” di Claudio Marcaccini, Haiku edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Claudio Marcaccini è sempre, e sottolineo sempre una garanzia.

E ovviamente io che alla fine crudele di fama ma morbida di fatto, mi affeziono agli autori (i miei autori) non potevo non leggerlo.

Vi garantisco, ho stalkerato il povero editore che sicuramente avrà cambiato paese e identità.

Perché vi chiederete voi, hai questa passione per Marcaccini?

Per un motivo fondamentale, lui da voce ai miei ideali e alla mia forma mentis.

Sin dal suo esordio, inferno dentro e ora con questa meraviglia, l’erede del tempo lui è un grado di unire questo piano del reale a un altro, che troppo spesso ignoriamo.

Convinti che in fondo conti solo la materia e la realtà definita tramite la nostre coordinate.

Tenmpo e spazio, anche se un certo Einstein ci ha dimostrato che, in fondo, erano fallaci e incomplete.

Ma per noi esseri umani le sicurezze di queste teorie fisiche e scientifiche, fanno comodo.

Perché pensare a un mondo che esula e straripa da questi confini ci rende troppo fragili, troppo indifesi di fronte a un mondo che ride beffardo, di fronte ai puerili tentativi di inglobarlo in sterili definizioni. Marcaccini lo sa forse conosce meglio di ogni altro thrillerista questo nostra essenza, cosi cangiante e cosi costretta in gabbie dorate.

In questo libro troverete ogni elemento classico del noir.

Un modo crudo, duro, crudele dove il più forte cerca di sopraffare

il presunto debole.

Un mondo di interessi abietti, spesso culminati con lo sprezzo della vita chiamato omicidio.

Un ispettore, Lanzi, al tempo stesso duro come la realtà che affronta, e cosi sfuggente alla regole, perché se la giustizia deve essere assicurata e il torto riparato, a volte bisogna muoversi in un ottica diversa, quasi da giustiziere.

Con una dose d’ironia capace di non farlo soccombere davanti all’orrore che l’uomo mostra: la brutalità, il totale espresso per ogni esistenza considerata utile e valida solo in rapporto al suo valore in denaro.

Ogni comparsa è solo oggetto nella mani dei boss di turno, nelle mani dell’avidità che alimentata con orgoglio dall’uomo, non può non prendere sopravvento.

Eppure.. in questo scenario tipico e abituale per noi lettori accaniti esiste una sorta di respiro, un respiro lungo, un respiro che riempi e polmoni abituati solo alla smog.

Avete presente la sensazione che un cittadino prova quando decide di cambiare ambiente e finire, che so in montagna?

Io si.

All’inizio è tutto troppo.. troppo vasto, troppo puro, troppo lucente.

Gli occhi privi di una patina dovuta alle polveri sottili sono accecati dai colori.

I polmoni, finalmente liberi di respirare, non funzionano come vorremmo e ci si sente quasi soffocare.

La testa gira, perché è come raggiungere, senza fiato, il tetto del mondo. Respirare diventa difficile, l’oppressione del petto è quasi una rassicurante abitudine di fronte alla vastità che pare la nostra ristretta visone di cittadini.

Poi, poi ci si abitua.

E diventa quasi un dolore fisico un bisogno impellente godersi di ogni attimo.

Si cerca di imprimere sulla retina ogni sfumatura, ogni paesaggio, ogni grammo di luce.

Si inizia a respirare quasi un modo frenetico, perché è un sapore mai gustato.

E’ questo che accade la libro.

La ristretta visione umana, malavita, amore, odio interessi diventa all’improvviso più misera.

Qualcosa di importante ci viene regalato.

L’universo si svela e si mostra in tutta la usa grandezza fino a che ci sentiamo un piccolo misero e inutile puntino nell’immensità dell’universo.

Noi egocentrici, noi orgogliosi, noi convinti di essere la razza dominante, diventiamo soltanto …piccoli.

Una sfaccettatura di un diamante bellissimo, grande, e immenso.

Piccole porzioni di luce, ma non certo paragonabili al sole che di volta in volta ci illumina.

Siamo solo un pianeta visibile, uno dei tenti, una delle forme di vita con cui ha giocato qualcuno, dio energia o demiurgo.

E cosi il nostro adorato ispettore inizia a comprendere che ogni esperienza, ogni dolore, ogni gioia non è altro che parte di un progetto più grande.

Lui è in ingranaggio.

E deve essere fiero di esserlo.

Perché tanti, troppi continuano a viaggiare come morti viventi o addormentati su questo piano di esistenza, inconsapevoli che è solo questa una pallida imitazione di qualcosa di più grande che ci aspetta.

Lui è fortunato.

Sa, riesce a toccare l’ignoto con le mani.

Anzi lui è il prescelto che lo riconosce.

E allora ogni orrore può essere ridimensionato.

E’ una sfida quella che stiamo vivendo.

Ma chi la vince, beh lo decideremo noi, soltanto se un giorno saremo in grado di risvegliarci…e vedere.

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