Review party “Venezia Enigma” di Alex Connor, Newton Compton. A cura di Alessandra Micheli

Venezia è la città delle finzioni e delle maschere: quale posto migliore per un opportunista?

Vorrei iniziare cosi a raccontarvi di un libro che è capace di portarci in un altra dimensione, in quei tempi duri e cosi difficili, ma che al tempo stesso fotografa una realtà che,mai come oggi, conosciamo bene.

La nostra.

Ma iniziamo con il delineare l’ambientazione del testo.

Siamo a Venezia, nel 1550 circa, una data che ha lasciato il suo strano alone sul resto d’Europa.

Il 500 è una delle epoche che ho amato di più, proprio perché capace di viaggiare in perfetta tranquillità tra eccessi e opposti.

Da una parte la rinascita delle scienze, grazie all’intelletto di autori indimenticabili, che hanno seminato nella mia giovane mente quella voglia di conoscenza e perché no, quel bisogno di ingannare i limiti.

Ma è anche uno dei momenti più inquietanti della storia: l’inquisizione allungava i suoi artigli su ogni slancio creativo, su ogni idea, su ogni tentativo di spiccare il volo.

L’uomo era Icaro, l’inquisizione il sole che bruciava le sue ali.

E di uomini con le ali, i sogni persino le vite marchiate da fuochi non meno dannosi ne appaiono.

Da Pietro Aretino a Marco Giannetti, vittima di se stesso, più che di intrighi normali alle corti nobiliari.

Abbiamo Artisti che fanno capolino con la loro genialità e persino i loro eccessi, come tintoretto.

Abbiamo uomini probi, uomini che ancor sono capaci di credere come l’olandese Der Witt.

E abbiamo lei la meravigliosa signora, con la sua oscura bellezza, quel sangue che sporca le sue strade, i sussurri e le convivenze sempre più difficili. E forse è ciò che Connor riesce a descrivere meglio..

Ascoltate

Uscito sulla terrazza, di spalle alla laguna, Pietro Aretino si strinse il voluminoso mantello foderato di pelliccia attorno alle spalle corpulente. In estate, quando l’aria era tersa, in lontananza si riuscivano a scorgere le Dolomiti, l’eterea distesa delle Alpi più vicine a Venezia messa in risalto dallo scintillio del sole. In inverno, invece, le vette delle montagne erano coronate di neve, i loro profili simili a becchi capovolti contro un cielo ostile.

Capite la meraviglia del contrasto?

Scintillio di una luce che è sempre simbolo di verità e bene e il cielo che si rannicchia su se stesso, lasciando il posto alle nubi e alla tenebra..

Cosi sono i protagonisti del libro.

Raccontati in modo per nulla romantico alieno da certi scritti eccessivamente agiografici, tratteggiati con sagacia, crudezza e un pizzico di letterario cinismo.

Aretino, famoso poeta e scrittore sopratutto per la licenziosità dei suoi scritti, più che per le opere che lo fecero conoscere e apprezzare dall’ambiente Cardinalizio. Eppure..non una delle figure storiche più amate.

Nel libro è raccontato l’altro lato di questo strano personaggio, capace di mettere d’accordo il peccato e la virtù, il vizio e la penitenza

«Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo
scusandosi col dir: “Non lo conosco”!»

Ironica epigrafe indirizzata all’Aretino da Paolo Giovio

Mai frase diviene in Connor più vera…voltagabbana, imbroglione, ricattatore, arrivista e spregiudicato, Pietro qua in fondo rivive e torna a abbracciare la sua umanità spesso grondante più fango che fiori.

Dagli umili natali – descritti nelle sue opere in molte versioni differenti – Aretino aveva raggiunto le più alte sfere d’influenza grazie all’arguzia e agli inganni. Il pieno controllo sulle sue vittime era assicurato dall’ineludibile minaccia di delazione; e nessun uomo poteva dirsi immune da segreti dai quali il letterato non potesse trarre profitto.

E cosi ogni protagonista, ogni comparsa, persino i cattivi che in fondo vivono e si nutrono dell’anonimato e del terrore che incutono.

E così il mistero più allarmante, dare un volto all’organizzazione che minaccia la bellezza, seppur decadente di Venezia, diventa ancora una volta esempio della sorte dell’umano essere: abitare nell’abisso, lordarsi con la sua melma e decidere, in fondo, di non uscirne più.

Venezia è famosa per offrire ogni genere di piacere e depravazione. Forse questi massacri sono soltanto l’ennesima aberrazione in una città già abbastanza dissoluta»

Ed torniamo al nostro reale.

Dove la finzione è il nostro modo di affrontare il mondo.

Fingere di non credere più.

Fingere che la perdita di significati, sogni e illusioni non ci ferisca. Fingere che la stratificazione sociale, resa più pericolosa dalla sua invisibilità, sia giusta e giustificabile.

Fingere che il vuoto può essere riempito con un selfie o con l’onnubilamento dei sensi.

Fingere di accettarci, ma covare dentro di noi rancore per lo straniero, il diverso, l’altro.

Venezia qua rappresenta un po’ tutti noi, la nostra Italia che geme di dolore.

Simboleggia la nostra affannosa ricercare dei colpevoli, seguendo astratte teorie di chissà in quale setta dai piedi caprini.

Cosi bisognosi di dare un volto, qualsiasi volto a questo senso di acuto malessere, decisi, sempre più decisi a ignorare il vero volto del male: dimenticarci di essere fatti più grandi di angeli e stelle.

In fondo Venezia Enigma non è più solo storia.

E il monito che serpeggia tra le parole, è l’avvertimento nascosto nell’adrenalina del perfetto thriller.

A Venezia si poteva comprare la lealtà di chiunque, fintantoché qualcun altro non alzava la posta. Spie, doppiogiochisti, voltagabbana…

E in fondo, è quello che oggi la storia ci regala con quel sorriso crudele: un re che sa di poter comprare il silenzio colpevole dei suoi cittadini.

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