“Le ragazze sopravvissute” di Katee Robert, Hope edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Gli anni passano è vero.

Ma non sempre riescono a cicatrizzare le ferite.

Se si ha un vero trauma, qualcosa che distrugge profondamente la personalità i lividi restano.

E brillano al sole.

Ci si sente perennemente fragili, indifese e si tenta disperatamente di restare a galla e crearsi un proprio spazio.

Una propria identità che risulti più forte, capace di rimediare agli errori commessi, spesso per ingenuità o per un qualcosa di favoloso ma altrettanto pericoloso come la fiducia.

Lian e Emma lo sanno.

E’ bastato uno degli slancio adolescenziali, quella voglia di amore quello che ci fa ragionare con i paraocchi e prediligere il belloccio di turno, il re del college, quello su cui ogni donna sogna.

Viziato e abituato a aver tutto, il massimo che può capitare se vi va bene, è di essere lasciate in lacrime.

Quella però fu una notte diversa.

Il massacro di Soroty Row.

Ventuno ragazze uccise, solo due sopravvissute.

Eppure testimoni di urla e grida disumane.

Delle risate del ragazzo quasi perfetto trasformato in istinto e ferocia e brutalità assoluta.

Un attimo e tutta la vita inizia a crollare, pezzo per pezzo.

Un attimo e un intera vita rovinata, due donne che non solo sono state oggetto e testimone di un orrore, ma che portano con se la domanda delle domande: perché io sono sopravvissuta?

E’ vero, qualcosa in quella notte le ha protette.

Ma a quale prezzo?

Nel libro noi viviamo tutto questo.

Terrore strisciante combattuto con i mezzi a nostra disposizione, tra cui la tecnologia e una maschera, quella che non ci piace, ma che in questo testo serve alle due ragazze per non lasciarsi andare alla deriva.

E’ in quei rituali lenti e ossessivi, che si tenta di esorcizzare un ricordo indelebile.

E’ questo senso di clausura che ci viene sbattuto i faccia, tra la rabbia e l’odio per chi, in fondo, non ha mai davvero pagato.

E’ vero il mostro può finire dietro le sbarre.

Ma alla vittime accade.

Rinchiuse in un limbo fatto di controllo e di paura.

Di tentativi quasi disperati per tornare alla normalità

E’ questo che colpisce sin dalle prime pagine.

Lian e Emma sono apparentemente libere di ricominciare.

Eppure sono schiave di una vita passata a controllare movimenti e quei dati stonati che nelle esistenze normali, sono la bellezza del mistero.

In questo testo se qualcosa va storto, è il dramma.

E purtroppo la nostra meravigliosa e perfida autrice introduca un altro elemento che ci fa trattenere il fiato, fino all’ultima pagina.

Misteri e incredibili scoperte, ma anche minacce e un incubo che torna a diventare realtà.

E la discesa nell’abisso, da dove per molti è difficile riemergere.

Eppure..

In questo testo dove la meraviglia della tensione psicologica raggiunge l’acme, la vera redenzione è proprio in querela discesa.

Solo allora, solo affrontando e sopportando gli occhi di brace della belva, forse riusciranno a essere davvero libere.

Come sempre la Hope riesce a farmi sobbalzare dalla sedia e a temere ogni fruscio e ogni silenzio.

Ed è per questo che la ringrazio dal profondo del cuore.

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