“Isolati” di Iris Bonetti. A cura di Alessandra Micheli

Vi ricordate il signore delle mosche di Golding?

Il tema che racconta è tratto da uno degli archetipi più famosi quello dell’isola deserta, tratto direttamente da Dafoe.

Ovviamente il nostro perfetto autore ( per nulla amato al suo tempo) inserisce un elemento oscuro e inquietante: il gruppo di ragazzini finiti dopo un disastro aereo su un isola paradisiaca, si trovano a vivere avventure terrificanti.

Il paradiso è apparente.

In realtà, quell’isola è piena di inquietanti ombre, di strani movimenti di paure ancestrali, fino a costringere i ragazzini a un’agghiacciante discesa nella barbarie.

Sono proprio i terrori mai sopiti, dono di un retaggio primitivo a infrangere ogni tentativo di darsi delle regole di vita civile.

Lo stesso accade al nostro Robinson, uscito dalla penna del nostro buon Dafoe che abbandona le regole anglosassoni e inizia a comportarsi secondo l’ideale del buon primitivo.

Questo tema, quello dell’isola deserta, del luogo incontaminato e delle conseguenze che questo ha sull’uomo civile, ha condizionato non soltanto la letteratura, ma anche il cinema.

Chi non si ricorda Cast away e il suo amico Wilson?

Il fascino dell’isolamento e del buon primitivo ha quindi una notevole presa sulla psiche moderna e umana di ogni tempo.

E’ il ritrovarsi soli con se stessi, il ricominciare il processo dell’evoluzione tecnologica se non abbandonarlo del tutto.

E’ il ritrovarsi a contatto con quella parte tanto amata da Jung, chiamata ombra.

E’ questo silenzio, quello della natura lasciata a se stessa, che ci terrorizza, perché non ci permette solo di pensare ma anche di entrare in contatto con l’istintualità più sfrenata e con quei lati che pareto chiamava residui delle azioni logiche.

Troviamo di tutto, violenza, istinto di conservazione, bisogno di dominare, di sopraffare di vincere a ogni costo.

Ecco che anche la nostra Iris Bonetti decide di cimentarsi e di raccontare la sua isola misteriosa, sperduta e piena di enigmi.

Cinque umani, diversi tra loro e una donna, ognuno con un proprio bagagli emozionale pesante e ingombrante, ognuno deciso a usare il viaggio nel suo significato più profondo ossia quello del cambiamento.

Sogni infranti come quelli di Avril un’aspirante attrice che si scontra con la realtà brutale del mondo patinato.

Un narcotrafficante in procinto di perdere tutto persino la vita, uno scrittore ingabbiato in schemi di potere rigidi e avvilenti.

Un ragazzo affetto da una sindrome di alienazione sociale.

Un medico prigioniero del proprio dolore, un poliziotto sconfitto dalla corruzione.

Prigionieri, consapevoli e meno consapevoli che racchiudono o imprigionano la loro idea di libertà in un altro dogma: quello del viaggio.

E’ solo spostandosi che si cambia la propria vita e si abbattano i muri.

Ma è davvero cosi?

Può solo una sorta di modifica del paesaggio liberare da catene interiori?

O è soltanto una storia raccontata al bambino interiore, spaventato e indifeso, per costringerlo a dormire?

Ecco i protagonisti che, per ironia di una sorta affatto benigna vedono infrangersi i propri sogni di riscatto in un atroce tragico incidente aereo.

E si ritrovano cosi nel bel mezzo di un oceano indiano che diventa un po’ il brodo primordiale da cui emerge un isola, un isola che per certi versi assomiglia alla folle visione di Golding.

Anche i nostri “eroi” si ritrovano soli con se stessi, in preda a una naturalità che non sfocia come in Dafoe nell’esaltazione della libertà e della purezza originaria del paradiso perduto, ma diventa una sorta di ritorno all’homo lupus di hobbesiana memoria.

Caduti i limiti imposti dalla socialità e dal perbenismo, l’istinto domina e prende il sopravvento, rendendoli forse simili a fameliche belve.

E’ quella la libertà allora?

Una sorta di abbrutimento, una vera e propria regressione dove la morale e l’etica non trovano più spazio?

E’ questo dunque il vero volto umano?

Esiste, però, nel libro di Iris però un altra lettura che molto ha da spartire con la crescita evolutiva similare al percorso alchemico.

E che, quindi, pone la libertà sul piano della crescita interiore o del cosiddetto percorso spirituale.

Che lega, quindi la libertà alla conoscenza di se stessi e alla consapevolezza dei propri limiti e alla riscoperta delle doti mentali.

Infatti i cinque eroi assomigliano, in modo quasi totali, ai cinque sensi umani.

Che sono quasi del tutto “sconosciuti” alla coscienza vigile.

Tranne quelli di utilizzo immediato come vista, tatto e gusto.

E’ il quinto, ossia l’intuito, una sorta di omogeneo riassunto di tutti e quattro, a restare sconosciuto.

E come succede in ogni percorso spirituale per raggiungere la loro definitiva forma, quella evoluta, debbono passare attraverso la nigredo, ossia la decadenza per arrivare vero una sorta di rinascita e di riscatto.

O almeno alcuni di loro…

E cosa serve oltre il riconoscimento dell’ombra per crescere?

Affrontare i demoni interiori, che in questo libro sono simboleggiati dai maduk.

Sono loro che minacciano la sopravvivenza e l’ecosistema dell’isola archetipo della mente.

Demoni che abitano le viscere della terra e che danneggiano, quindi con la loro invadenza la fecondità e l’armonia.

Ecco che romanzo sociale si mischia con una sorta di gotico mistery fino a sedurre il lettore che si sente, cosi, trasportato in infinite atmosfere e infinite sensazioni quasi tattili.

Orrore ma anche passione, coraggio e persino un tocco di romanticismo non lasciano scampo, rendendo Isolati, una lettura profonda e al tempo stesso avvincente.

Quale messaggio il lettore ricaverà sarà soltanto una sua scelta personale.

Ma sicuramente avrà impressa, ne sono certa, questa frase

Tutto si riduceva all’essenziale delle cose e della vita, alle conseguenze delle proprie scelte ed alle dure regole della natura, sovrana sempre su ogni cosa”

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