“Deadwood” di Christina Zaers, Nua Editore. A cura di Alessandra Micheli

Ogni libro ha il suo punto di forza.

E’ quel fulcro che attira ogni lettore e lo guida verso la sua interiorità aprendogli le porte di un altro mondo.

E non sempre questo cuore pulsante è quello più apparente.

Proprio perché interiore esula dalla trama o dai dettagli visibili.

E’ un cuore ragazzi, e se pulsa e batte lo fa in un angolo del tuo torace.

O in un anfratto della tua anima.

Ogni libro lo ha e ci sono alcuni capaci di individuarlo e immergersi nel suo mare.

Che e volte è rosso sanguigno come il sangue che quel muscolo pompa. O è un arcobaleno di colori, capace di abbracciarti e di lasciare come ricordo una lacrima.

Deadwood è proprio quel buio.

Oh lo so cosa penserete.

A te Alessandra interessano i serial killer e tenti di comprenderli per averne meno paura.

E’ vero.

Io cerco di identificare il male in ogni sua forma di fare una sorta di mappa utile nell’orientarmi in questo mondo cosi sconosciuto e cosi difficile.

E irto di difficoltà.

Ma vi sbagliate.

Deadwood ha un altra entrata.

Fatta di alberi fitti fitti e di un territorio capace di sussurrare leggende, misteri e segreti.

Un mondo reale e al tempo stesso capace di incunearsi nelle stringhe di un tempo remoto, il tempo del sogno dove ogni creazione era in procinto di essere nominata dal grande spirito.

Deadwoord parla di tradizioni ancestrali.

Cosi vicine al nostro uomo interiore, quello che si trova a suo agio nei boschi e di fronte al cielo che si sveglia all’improvviso tingendosi di rosso.

E ricordandoci quel legame oramai perduto tra noi e un orizzonte che oggi avvertiamo lontano e poco interessante.

Come il nostro Rory abbiamo bisogno della fretta e della frenesia di un universo capace di confondere le nostre menti e donarci il sollievo. Abbiamo paura di raccontare le storie a noi stessi, perché sono quasi sempre nate da un dolore e una lacrima.

E cosi il sud dakota, cosi pieno di contraddizioni, immagine autentica id un America alla ricerca di un identità illusoria sfugge a se stessa.

Cerca l’origine in un fallace modello di uomo vincente e scorda quelle vere, quelle radici fatte di cielo, terra, sacro e coraggio.

Il coraggio di ogni nativo che guarda il proprio popolo scomparire.

E Deadwood è proprio cosi.

Un microcosmo immagine di un mondo più ampio che rifiuta la semplicità di una visone, di una preghiera cantata non con le parole ma con gli occhi che chiede in fondo a quel meraviglioso grande spirito di aiutarlo a accettare il tempo che passa, la fallacia di un essere imperfetto eppure cosi amato, le violenze di chi perde il senso della propria esistenza in cerca di onnipotenza.

Non siamo affatto piccoli dei in miniatura.

Siamo lacrime nate dal pianto d’amore di dio.

Siamo macchie di colore cadute dal pennello di un artista che un giorno, per sentirci meno solo, ha deciso di creare un quadro variopinto.

Fatto di colori e di grigi.

Fatto di piccoli tasselli e bello nonostante ogni tanto un colore si perda strisciando sulla tela.

Fino a toccare terra.

L’uomo è in fondo in quelle macchie di colori, in quelle striature ribelli. L’uomo è al tempo stesso colore e tela.

E’ corpo e anima.

E’ terra cielo e persino le città dove rinchiudiamo i nostri corpi.

Il serial killer ci ricorda solo l’errore più grande quello di scambiare il dominio per soddisfazione.

La morte per vita.

Il rifiuto per accettazione.

E Rory è un po’ immagine di un uomo moderno, cosi chiuso nelle proprie certezze, cosi deciso a lasciare che il passato sia solo un eco lontano, e non la possibilità di un futuro.

E allora non è solo un thriller.

E’ il racconto del dramma americano perso dietro il mito del self made man: l’uomo che si crea da solo.

E perde quel concetto meraviglioso espresso dallo spirito dei nativi. L’umo non è altro che parte di un organismo che respira e vive. Staccandosi da esso ha una voragine nel cuore.

E la riempie di tutto tranne che del necessario, fretta, potere, odio, vendetta, rivalsa, onnipotenza.

Deadwood non è solo un mondo decadente.

E’ un universo che resiste, tenace, di fronte alla modernità vorace che ci rende solo più soli.

Allora dopo aver scoperto il male, pregate, affinché la visione vi guidi verso casa vostra.

Spesso è il luogo mano visitato, meno considerato, laddove si nasconde il vero dio e non quel mammona da cui gli gnostici di mettavano in guardia: è il vostro cuore il vero volto di dio.

Oh grande spirito del cielo,fa si che i cuore di tutti sia un tam tam di pace, e il suo battere possa scacciare via il silenzio del male.(A.Fontana)

***

Per te che oggi abbracci il Grande Spirito

mostrando a tutti come la morte sia solo una porta.

E chi ha il coraggio di aprirla siede vicino all’arcobaleno.

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