“Il mistero di piazza dell’odio” di Massimo Smith, Newton Compton editore. A cura di Vito Ditaranto.

Un testo nuovo, uscito da poco e son stato fortunato a leggere quest’opera in anteprima.

Il romanzo inizia subito a spron battuto, ha un decorso progressivamente, e irreversibilmente tragico e angosciante, senza se e senza ma e ci introduce nel cuore della storia, gli eventi si evolvono a cascata.

“…I cocci di una bottiglia riflettevano la luce gialla e malata di due lampioni. Altri due, sbilenchi, pendevano ciechi nella semioscurità in cui s’annidavano i contorni e i colori dei palazzi che cingevano la piccola piazza quadrangolare lastricata di piperno antico a pochi passi dal chiostro di Santa Chiara. Alle quattro del mattino, il freddo di dicembre rendeva tersa l’immobilità delle cose…”

Inizialmente siamo nell’ambito del poliziesco figlio diretto di Seven: violento, metropolitano e sconcertante. L’atmosfera è plumbea, cupa, tormentata. E anche i personaggi non sono da meno. Basti vedere il volto e la descrizione del protagonista Nico Guerra, al suo fianco Barbara Giuliani, una vecchia amica con la quale aveva avuto un’avventura ai tempi del liceo.

Barbara lo ospita nel suo albergo che, sotto l’apparente normalità, nasconde un bordello di lusso, dove alcune “ospiti” che attivano i sensi e turbano il sonno di Nico, vendono “a tutti la stessa rosa”, come recita il famoso brano di Fabrizio De Andrè.

Ambientato a Napoli in quello che potrebbe essere benissimo il nostro tempo, il romanzo di Massimo Smith, è un giallo che presenta tutte le caratteristiche del genere: una storia intricata, con frequenti colpi di scena, dove il bene e il male si intersecano e rappresentano le due facce della stessa medaglia.

Si parte dal thriller per poi sconfinare nel drama, contaminando l’opera con sequenze quasi horror. Si, perché c’è un terribile evento che lega gli inquietanti eventi intorno all’albergo di Barbara, capace di generare ancora più follia. Un evento che tornerà a perseguitare Nico. Ma meglio non svelare troppo.

Le scene più sanguinarie, che allo spettatore più preparato non potranno non richiamare Saw – L’Enigmista, acquistano così valenza autonoma e mai fine a se stessa, portandoci a un finale indimenticabile. Tutta la strada del testo è tracciata da un inafferrabile assassino chiamato “Vetro”…

Una regola non scritta dei romanzi thriller vuole che i migliori, quelli più validi e degni di interesse, siano i più sconosciuti e i meno nominati. “Il mistero di piazza dell’odio” sembra essere fatto apposta per confermare tale principio.

Lo scrittore nella narrazione si sbizzarrisce alla grande, sciorina tutto il suo incommensurabile talento narrativo, scrive, descrive, ritrae, analizza, scava, riporta, commenta, coinvolge, immedesima, incanta.

Focalizza il suo talento in pari misura su ognuno dei membri più rappresentativi di un gruppo di protagonisti sbandati, strappati a un’esistenza semplice e comune, basata su valori universali non solo materiali, ma incentrati a priorità umane di dubbia solidarietà, condivisione, compartecipazione.

Tutti insieme guidati da una leader assai improbabile. Sulle strade buie e oscure, anche sotto il sole di mezzogiorno.

In sintesi, è in scena l’eterna lotta del Bene contro il Male, facendo comunque, agire e parlare i tanti, diversi e intriganti personaggi che pullulano nel romanzo, cosicché davvero il fedele lettore assiste da un palco in prima fila all’evolversi dell’umana avventura.

Si snoda su un copione già visto, sempre uguale, che vede la storia dell’umanità contraddistinta dall’incapacità di schierarsi compatti da una parte sola, non quella più giusta o meno sbagliata, semplicemente quella più umana.

Quello che, a mio avviso, rende questo poderoso romanzo davvero bello da leggere, è non solo la fluidità, la velocità delle azioni e dello svolgersi degli eventi che sono descritti, la capacità analitica dell’animo umano da parte dell’autore che sa “rendere” i pensieri stessi dei protagonisti in guisa di dialoghi correnti, ma è anche, paradossalmente, l’estremo realismo del racconto.

Massimo Smith non racconta favole, scrive una storia che suscita emozioni da favola, non termina il romanzo con una conclusione felice come le fiabe, lo termina esattamente come andava finito, con verosimiglianza.

Come un romanzo, vero, reale, vissuto.

Lo scrittore non è un buonista o un illuso, scrive di cose vere e tangibili, e proprio per questo suo estremo realismo tutti i suoi personaggi, a ben vedere, si assomigliano.

Ciascuno di loro è un uomo, e perciò è buono e cattivo contemporaneamente.

Non bianco o nero, semplicemente; ma tutte le sfumature della gamma cromatica conosciuta.

Nessuno di per sé è dichiaratamente un arcobaleno o una notte completamente buia; sarebbe troppo facile e poco veritiero.

Che cosa prevale in un uomo, lo determinano le circostanze, l’indole, le esperienze di vita, i caratteri, e in ultima analisi il libero arbitrio.

Non termina bene o male, il romanzo: è un finale normale. Sapiente nella sua semplicità.

L’uomo alla fine resta sempre uguale a se stesso.

Sì, magari rimane scottato da qualche brutta esperienza, però, passata la buriana, qualcuno finisce sempre per dare fastidio agli altri, se non peggio.

A quel punto, magari, le forze dell’ordine non ce la fanno più a rimettere in riga i facinorosi, e qualcuno comincia a pensare che sarebbe il caso di armarli, gli agenti, i poliziotti, procurargli armi, celle e manette, autorizzarli all’uso della forza.

Davanti a queste cose, le solite cose, tanto vale dare un segnale, alzarsi, andarsene a realizzare altrove, novelli pionieri, o Adamo ed Eva, un uomo nuovo, una società a misura d’uomo.

Non si può stare sempre su un palco, a osservare, in posizione.

«Aspetti un attimo. Ho una sua foto».

“…Una risata rauca e gorgogliante accolse quelle parole.

«Ottimo bluff, ci ha provato. Ora lasci perdere, potrei arrabbiarmi».

«Il salone di una villa. Lei parlava con un uomo giovane, capelli ricci, vestito elegantemente. Il suo interlocutore si chiamava Olti. Sul tavolo c’era un vaso; dietro di voi tre colonne rosse e una grande finestra che dava su un giardino».

Silenzio…

Il mistero di Piazza dell’odio è un giallo dal ritmo narrativo veloce, dinamico e serrato, dove Massimo Smith dà grande preponderanza ai dialoghi fra i personaggi che usano il linguaggio corrente, ossia quello slang napoletano che può essere considerato una vera e propria lingua.

Delle volte l’anima, il carattere e la stravaganza viene trasmesso di generazione in generazione e tutto ciò che potrebbe salvare un discendente, potrebbe anche ucciderlo. Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato. Uccidere è l’arte del protagonista! Uccidere a volte è l’unica scelta!!!

Un libro che scorre velocemente.

Un libro, essenziale e folgorante, radicato nella vita dell’autore.

Libro consigliato e da leggere.

***

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...