“Tenebre a Quiet Ridge” di Gaetano Cappello, Words edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Il gotico è un genere letterario affatto semplice.

Si nutre di atmosfere cupe, e deve per forza farti dare un occhiata nell’abisso, rischiando che, una volte fissato negli occhi l’abisso ti rapisca.

La fascinazione delle suggestioni è racchiusa nella capacità di ogni autore di farti amare la tenebra, di non renderla affatto aliena al tuo modo di vivere.

Ogni gotico deve stuzzicare l’ombra presente in ciascuno di noi, facendo emergere l’occultata passione per il segreto e per le sfumature che sono distanti, anni luce dagli sfavillanti arcobaleni.

Per creare tutta la scenografia si usano, dunque, elementi tipici della scena esoterica e archetipi: castelli in rovine, tombe, brughiere, nebbia, e sussurri tra vecchi muri incrostati di muschio.

E’ tutto un gioco di specchi, laddove il banale diventa straordinario e dove lo straordinario sconfigge in una partita a scacchi il banale.

Ecco perché la maggioranza dei gotici si svolge in Inghilterra, terra di Albione dove abbondano le rovine, dove un passato di tradizioni arcane e spesso incomprensibili seducono la mente.

E’ facile, dunque sentire fantasmi che del tempo si fanno beffa, in un castelli inglese.

Spifferi, nebbia, pioggia, parti che assumono un colore affatto brillante.

E magari un cimelio celtico in lontananza.

Insomma la Radcliffe e il buon ma martirizzato Walpole, avevano gioco facile.

Ogni gotico che si rispetti ha usato le stesse elementari regole del gioco, rendendo noi appassionati un po’, forse annoiati.

Scontati i fantasmi di un tempo che fugge e si modifica, di morti dimenticati che per non soccombere all’oblio prendono una strana forma di esistenza, sospesi tra due universi.

Eppure…

Credetemi nessuno scenario esistente al mondo può definire il gotico. Seppur ritengo certi testi dei capolavori, dei padri del genere di castelli diroccati, di muschio e lapidi sparse, non ne potevo più.

Dopo il mio amato James penso che ogni scenario tipico sia astato raccontato.

Serve altro.

Serve un nuovo terrore, serve il fascino del male rimodernato e reso nuovo ma senza perdere il suo senso originario: nel gotico, a differenza dell’horror, il male deve sedurre.

Deve essere poetico, deve attrarre contro ogni volontà.

Il desiderio del lettore non è quello di fuggirgli, come in un racconto di Poe o Lovencreft, ma di appartenere a quell’oscurità.

Perché la consapevolezza è che noi siamo oscurità.

Vogliamo tutti sconfiggere il tempo, fermare le rughe, ritrovare la gioventù intesa come possibilità e occasione.

Per questo i fantasmi abbondano in ogni degno racconto gotico.

Ma sapete quale scenario è terrificantemente desolato, eppure affascinante?

Il west.

Si miei adorati.

Tradizioni oscure, inquietanti maschere totem, e quella voglia di sopravvivere a ogni costo che si scontra con l’incapacità della civiltà di convivere tra diversi.

E bagagli di dolori cosi acuti che il male e la tenebra ne sono attratti, affamati.

Il west è la terra della possibilità.

E allora perché non pensare in grande?

Cappello ha perfettamente capito lo spirito di questo mio amato genere che si sposa con la suggestione della superstizione.

Tanto da crearci un bel libro che..rapisce.

Tenebre a Quet Ridge è pericoloso.

Non riesci a staccarti e in fondo, sei sedotto, inesorabilmente sedotto, dalla lusinghe delle promesse, fallaci, dei suoi demoni.

La volontà di sconfiggere la natura più che il tempo.

Di dominare e di diventare in fondo il padrone del mondo e del destino. A differenza dell’inglese che, dotato di una storia troppo potente rispetto a lui, l’America poteva essere plasmata a proprio piacimento.

Si poteva immaginare un mondo diverso, quasi creato dalle più sfrenate fantasia.

Eguaglianza o equità.

Capacità di superare gli ostacoli del sangue e del rango.

Sprezzo per la vita, sacrificata sull’altare self made man.

O come nel caso del Messico a un ideale sporcato dal sangue di giovani illusioni.

Di giovani che invece di una futura democrazia, si sono sacrificati per alimentare svariati mostri, svariati esseri nati dall’oscurità dello spazio più profondo.

America, luogo di confine, ambientazione perfetta con la sua desolazione resa più crudele se messa a confronto con i tanti, troppi propositi.

Ma la vera forza, rispetto persino al James e alla Radcliffe è la caratterizzazione dei personaggi.

Vividi, caparbi, ognuno nella scelta intrapresa.

Ognuno consapevole che, forse, per dare una scolta alla linea dritta della strada verso l’orizzonte, bisogna solo aver coraggio.

Nel bene e nel male.

E cosi gli angeli dell’America che fu ma che è, riposano ognuno forse sconfitto dalla sua personale brama: chi ambisce a non morire mai o chi sogna un futuro diverso.

Ma che sa che alla fine è il destino a disegnare con inchiostro di sangue, l’ultima parola.

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