“Eterno Autunno. Dodici incubi di carta” di Luca Angelo Spallone, Robin. A cura di Alessandra Micheli

E’ cosi strano associare la paura alla stagione ambrata chiamata autunno?

Eppure è cosi romantica, direte voi.

Il momento in cui il colore dell’aranciato e dell’oro irrompono baldanzosi tra quella natura che fino a qualche giorno prima si vantava di mille sfumature: verde e glicine, bianco e violetto.

L’estate che pulsa di vita, di profumi strani e ammalianti.

All’improvviso scompare.

Come un sogno lontano, un ricordo tiepido che lascia la nostalgia nel cuore.

Inizia l’autunno.

E non è solo quello raccontato dalle poesie.

Non sono solo tappeti aurei che accolgono i nostri passi.

Né alberi dagli strani infuocati colori.

La natura si ferma.

Si blocca in un istante seppur magico ma immobile.

E’ tutto sospeso, in attesa.

E sapete cosa precede l’autunno?

La morte.

Quell’inverno che con le sue dita gelide congela i nostri respiri.

Che è cosi silente da metterci nella condizione di non soltanto pensare…ma fare anche i conti con la nostra anima.

Un anima che correva beata con la primavera convinta che il risveglio fosse l’occasione giusta.

In attesa di una prosperità o di un nuovo inizio.

E vogliosa di cogliere ogni opportunità che quella stagione, cosi decantata da poeti e antichi sciamani ci regalava.

La primavera e l’estate occhieggiano felici, di noi che corriamo verso chissà quale orizzonte.

Sempre più lontano, sempre più illusione.

E poi eccoci con le foglie che cadono, e danzano sussurrando la loro canzone dell’addio.

Addio a quella sensazione di conquista.

Addio a ogni sogno.

E benvenuta alla realtà tanto leopardiana che in fondo finisce sempre con la desolazione.

Con una coltre di bianca neve che copre ogni fallimento, ogni rimpianto, ogni dolore.

L’autunno è un passaggio.

Che la natura compassionevole ci dona per prepararci alla resa dei conti di un inverno che è solo consapevolezza.

Del resto non è la nigredo, la putrefazione, l’attesa di una sospirata rinascita?

Allora non è strano ambientare i racconti di incubi di paure latenti in questa stagione.

Che perde il suo alone romantico e diventa mondo sospeso in attesa che i volti si guardino allo specchio.

E iniziano a guarda il volto dietro il volto.

E’ questo attimo sospeso che il mondo onirico sempre poter dominare e arrivare li, dove la coscienza adesso indugia.

E osservarsi, osservare persino il disfacimento delle proprie certezze.

E cosa accadrebbe se, il tempo davvero si firmasse?

Se dentro di noi le stagioni della psiche si annullassero?

Autunno per sempre.

Eterno.

Un sostare quasi voyeuristico nelle nostre fobie.

Nei dolori silenti, nei terrori infantili che non scompaiono affatto con l’età adulta e con la nostra trionfale entrata nel modo della ragionevolezza.

Sono sempre li fantasmi che infestano ogni regione ctonia, ogni angolo della nostra mente.

Fantasmi che pensiamo di sconfiggere con le luci del giorno, stordendoci di vizi e poche virtù.

Correndo, senza fermarci mai a guardare indietro.

E con la sensazione costante di passi che ci seguono. E di ombre che ghignano.

Eterno autunno non è che il racconto della fase che noi tutti odiamo: quelal del colloquio con noi stessi.

Dodici incubi.

Dodici attimi di terrore.

Eppure..posso dirlo sinceramente?

In ogni orrore, in ogni maestoso angolo di follia senza compassione, di incontro con un numinoso troppo ignorato che pertanto mostra i suoi denti insanguinati…c’è la libertà.

Quella totale che solo l’incubo porta con se.

Ci spogliamo di ogni ruolo, di ogni maschera, di ogni certezza.

Persino di ogni responsabilità.

E finire nella fauci del mostro e guardarlo fisso negli occhi, fino a esserne affascinati è un modo per trovare una sorta di pace.

In questa guerra chiamata vita, in questo ossessivo tentare di darle un senso.

E cosi l’angoscia, la pena si sposa con la scoperta di cose meravigliose e impossibili, di terribile e di incantevole.

Di prodigi e avvenimenti strani.

E’ vero.

C’è il sangue e qualcuno nutre l’onirico con la propria vita.

Ma altri riescono a uscirne cambiati, quasi salvati.

Perché il terribile che ci tocca può essere sia maledizione che benedizione.

Sta forse a noi decidere che volto dargli.

E se si è davvero integri, non toccati dalla banalità forse non si impazzisce, non si viene affatto soggiogati.

Forse si diventa davvero folli.

E profumatamente liberi.

Racconti che ti avvolgono in un bozzolo quasi rassicurante.

Un incontro con l’incubo e la paura che può essere anche un esperienza estatica e meravigliosa.

In fondo l’abisso ha bisogno di noi per definirsi e per esistere.

E forse noi abbiamo bisogno dell’abisso per diventare, finalmente completi.

Su un’autostrada buia e deserta, vento freddo tra i capelli

caldo odore di colitas si libra nell’aria

In lontananza scorgo una luce scintillante

La mia testa s’era fatta pesante e la mia vista sempre più fioca

Mi dovevo fermare per la notte.

Là lei stava ritta sulla soglia

Sentii il campanello

E pensai tra me e me

‘Questo potrebbe essere il paradiso ma potrebbe anche essere l’inferno’

Eagles

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