“Skin medicine” di Tim Curran, Dunwich edizioni. A cura di Barbara Amarotti.

“L’inferno aveva bussato…

e qualche sciocco lo aveva lasciato entrare.”

Whisper Lake è una cittadina mineraria come ce ne sono a decine negli Stati Uniti, tra le sue mura un mix variegato di uomini d’affari, spietati pistoleri, ladri e puttane conduce una vita di per se già difficile e violenta finchè una notte una bara viene consegnata al becchino locale.

La cassa contiene le spoglie mortali di James Lee Cobb, destinate alla vicina città mormone di Deliverance dove vive il suo unico parente.

“Accovacciati nelle loro ammuffite case del XVII secolo, la gente di Procton borbottava il Padrenostro, stendeva ciuffi di verbena e di erba di San Giovanni e pregava Cristo sulla croce. Perché il male era sempre in agguato.

E per una volta avevano ragione… James Lee Cobb stava per venire al mondo.”

Cobb non è un fuorilegge come se ne possono trovare a decine in una città di frontiera in America nel 1882.

La sua nascita è avvolta dal mistero e si dice porti il marchio della strega, dopo essere andato via di casa si è unito a mercenari e delinquenti vari distinguendosi per la sua crudeltà, fino a quando, in un inverno particolarmente rigido, in una grotta misteriosa, il suo destino si è compiuto unendolo a qualcosa di oscuro e malvagio che ha fatto di lui un non morto.

Ed è proprio quello che arriva dentro quella bara: un cadavere che non è un cadavere.

Dopo l’arrivo di Cobb, Deliverance diventa una città fantasma evitata dagli stessi mormoni, e nei dintorni iniziano ad avvenire delle strane sparizioni.

Un bel lavoro per Jackson Dirker, lo sceriffo, che deve vedersela anche con lo Strangolatore di Sin City, un serial killer di prostitute a cui sta dando la caccia Tyler Cabe, un ex soldato sudista diventato cacciatore di taglie. Sarà proprio quando i due si alleeranno che avverrà l’epilogo della storia.

La depravazione richiama altra depravazione, questa è una cosa nota fin da quando Stephen King, nel lontano 1974, ha pubblicato Carrie e, se ce ne fosse stato bisogno il concetto è stato ribadito, sempre dallo stesso King, in quel capolavoro assoluto (a mio avviso) che è Le notti di Salem.

Se un posto è pregno di malvagità attirerà il male come una calamita dentro un sacchetto di chiodi e a Whisper Lake succede proprio così.

Quella che sembra una normale città mineraria si rivela essere un covo di demoni, capace di nascondere nel suo ventre ogni tipo di malvagità e perversione che la mente umana sia in grado di immaginare.

E in quel trogolo trova casa un orrore ancora più grande, un mostro che arriva da lontano e che è stato nascosto per secoli, in attesa di essere portato dove può prosperare indisturbato tra l’indifferenza dei più e l’omertà di chi non ha interesse si sappia ciò che succede e pure di chi tace ben sapendo di non essere creduto nel caso contrario.

C’è, è vero, la presenza del bene, ma anche quello è inerme difronte al disfacimento da cui è invece attratto.

Esiste la redenzione, ma anch’essa non è una via facile da percorrere e richiederà dei sacrifici personali e morali a chi ne percorre la via.

Superare il male, anche se solo a livello personale, richiede un viaggio introspettivo che, una volta intrapreso, può portare alla salvezza o alla morte, dipende solo da quale porta si deciderà di aprire per prima.

“Lì, in quel saloon vuoto, il fetore era elettrico.

Un odore profondo e pervasivo di depravazione e degenerazione che gli diceva che quella città era afflitta da una pestilenza.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...