“Il tempio dei mezzosangue” di Rob Himmel, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

Quando una saga termina, lascia sempre un po’ di nostalgia.

E tanta malinconia.

Del resto chiuso l’ultimo capitolo gli amici che ti hanno guidato, che aspettavi con un entusiasmante attesa, restano solo ricordi.

E ti senti ovviamente solo.

Senza più quell’aspettativa, quella meravigliosa curiosità che ti faceva immaginare i futuri sviluppi di Lenara o Jandar.

E cosi lo ammetto (scusami Rob) ho procrastinato la lettura.

Finché non è giunto il momento di sfogliare il mio kobo e dare voce alle fauci dell’abisso.

Non è stato affatto facile scegliere di leggerti o costringermi a leggerti.

Questo perché in fondo, oramai conosco la tua scrittura, conosco ogni dettaglio del tuo stile.

E lasciarti non è una bella faccenda.

Vorrei che i tuoi libri non finissero mai.

Ma ovviamente chi li ama sa che l’ultima pagina arriva sempre.

E cosi eccomi qua felice perché il tuo ultimo lavoro non delude.

E triste.

Perché non dovrò più aspettare un altro Tempo dei mezzosangue.

Sono molto affezionata a questa saga, nonostante non sia una vera amante del fantasy epico.

Preferisco qualcosa che conosco, preferisco elfi urbani e ruvidi.

Qua invece, abbiamo un po’ tutti gli elementi classici di un genere che è e resta (almeno a parer mio) pedagogico: racconta come si diventa uomini.

Racconta come i draghi e il male può essere affrontato.

Non ci illude sulla sua non esistenza.

Esiste.

Eccome se esiste.

E le fauci dell’abisso ( che immagine meravigliosa) sono pronte a divorarci, fino a non lasciare nulla di noi.

Forse neanche un mesto ricordo.

Ma dietro il viaggio dell’eroe compiuto da ogni suo personaggio, dietro quindi i necessari clichè che servono per decorare il genere suddetto.

Rob innova.

Innova perché quella caratteristica che amo negli urban la ritrovo qua, in questa folle corse verso la battaglia finale: l’umanità.

E loro, i protagonisti, non sono affatto evanescenti e eccessivamente dediti a raccontare il loro archetipo.

Sono umani e a tratti odiosi.

Sono pieni di rabbia e di passione.

Sono un po’ al rappresentazione di noi stessi.

Di vizi e virtù, della capacità tutta nostra di osservarlo l’abisso.

E forse di affrontarlo.

Perché è questo che fa un eroe.

Scende nel dolore e lo beve, con quel cipiglio spavaldo e un po’ folle.

Prende il male e lo fissa negli occhi, consapevole che è sempre possibile un altra vita.

Insomma quei cliché che servono, o dio se servono, Rob li plasma da bravo demuirgo che è.

E cosi tra magia e incanti vari, tra paesaggi lunari e meravigliosi, tra battaglie, tradimenti e demoni noi ci ritroviamo si a restare avvolti dalla fascinazione di un genere che è nato dal sogno.

Ma anche immersi nella vita che è nascosta dietro la ogni pregevole elemento. Non siamo forse dei predestinati?

Non siamo forse eroi che devono trovare la propria strada?

Non abbiamo tutti il nostro maestro, racchiuso magari in qualcuno che eleggiamo a faro per quel buio che oscura la strada?

Dietro ogni crudele tiranno non c’è forse un uomo solo, che tenta di colmare il proprio vuoto con il potere?

Non siamo noi abituati che in tempo di finta pace, il mondo e la società rischia di collassare su se stesa, perché quelle forze ctonie e segrete vengono ignorate?

Se leggete le fauci dell’abisso leggete di voi stessi.

Di forze e debolezze.

Di minacce e pericoli.

Ma anche di speranza e coraggio.

Quelle che portano ognuno di noi di fronte alla propria personale battaglia.

Il pronostico di quella del tempo dei mezzosangue è facile da comprendere, basta leggere tutto d’un fiato questo libro.

Per quanto riguarda la nostra, beh li la faccenda è molto più complicata.

Chi vince dipenderà soltanto da noi.

In fondo la favola e il fantasy ci insegna che il drago può essere sempre combattuto no?


Buona lettura.

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