“Il caso Baronov” di Alessandro Zoppini, Io me lo leggo. A cura di Alessia Bertini

Sono affascinata dai giovani che scrivono, inventano storie e riempiono di scarabocchi i loro blocchi per appunti.

Che ci sia questo desiderio di condividere i nostri mondi immaginari, i nostri sentimenti di esseri umani, di armarci di barche e remi per colmare le distanze tra la le nostre isole è quello che scopro in sempre più testi di autori emergenti.

Piccole perle che ho iniziato a scovare solo recentemente nell’editoria indipendente, grazie anche a Les Fleurs du Mal.

Questo meccanismo strabiliante che si mette in moto e fa arrivare una storia come “Il caso Baronov”, ideata da un ventiduenne padovano, studente di Archeologia, fin nel mio E-reader sul comodino… bhe, mi sembra un gran bel mezzo per creare quelle connessioni e quelle condivisioni che solo i libri riescono a instaurare ancora in modo così concreto, seppur etereo.

Fin dalle prime pagine volate via tra una tisana e un grattino sotto il mento del mio gatto, durante la lettura ho avuto la sensazione di trovarmi su un set cinematografico, con un bravo regista impegnato nel dirigere il suo cast, sistemare le scenografie e le luci.

Sarà a causa dell’ambientazione, una New York viva, percorsa dal suono delle sirene della polizia e dalle note di jazz sfuggite dalla porta socchiusa di un locale; o per lo stile di scrittura così visivo; o forse per i personaggi stessi, quel detective col Fedora nel suo studio, intento a leggere gli appunti di un caso un po’ ingarbugliato, la sua segretaria nella stanza adiacente persa in pensieri di conquista.

Fin dall’inizio questo libro io l’ho vissuto nella mia mente come un film in bianco e nero: un noir alla Bogart, con tanta pioggia e impermeabili, qualche nuvola di fumo scaturita da una sigaretta appoggiata sul labbro inferiore, la giustizia che sopravvive come può in mezzo alla criminalità organizzata delle mafie locali.

Io risolvo casi, non servo nessuno, mi pagano per farlo e se per arrivare alla verità, sono costretto a servirmi di metodi illegali, non mi tiro indietro.”

Questa la definirei una detective story un po’ atipica: facciamo subito la conoscenza di un’impacciata ed energica assistente, Jennifer Toretti che cerca in tutti i modi di esibire e confessare il forte interesse verso il suo capo, Logan Percival, tanto preso da un misterioso caso di omicidio senza cadavere quanto insensibile alle sue avances. Ci sorprendiamo per la crudeltà di certe vicende, sorridiamo inteneriti per altre, attendiamo con ansia di capire che ne è di questo fantomatico Baronov – ma chi è?

È morto o no?

Se sta nel titolo dovrà pure avere importanza! -.

Con questi interrogativi in mente, proseguiamo la lettura accompagnando la signorina Toretti nella ricerca di giustizia nei confronti di un’amica brutalmente violentata, con l’ombra della malavita locale sempre in agguato alle sue spalle.

Un’ombra che alla fine la raggiungerà e la inghiottirà in un intricato complotto ordito da una setta di criminali.

Un tempo si parlava di nazismo, fascismo, comunismo come cattivi contro l’umanità, ma il cattivo è sempre stata l’umanità stessa. Corruzione, guerre, inquinamento, armi, soldi, droga, religione, falsità, egoismo, superficialità, superbia e il male supremo: l’ignoranza.

L’incontro con don Luigi e la Setta crea una parentesi in cui la crime story si fa per un attimo da parte e lascia lo spazio a citazioni filosofiche e letterarie che per bocca del boss malavitoso portano Jenny (e il lettore) a interrogarsi su uno dei dilemmi etici per eccellenza: quel vagone ferroviario lanciato in corsa e la possibilità di deviarne il percorso per stabilire chi sia meglio lasciar morire. L’inevitabile porta alla necessita di effettuare scelte inevitabili.

O perlomeno questo è il credo di questa Setta di cinici personaggi che, nel nome di un bene superiore, si investono del diritto di decidere delle vite altrui.

Pagine interessanti, spunti per riflettere, che non ti saresti aspettato di trovare in una lettura come questa.

E soprattutto, un finale davvero anomalo, che mette in discussione tutto quanto letto nelle pagine precedenti. Degno di questa storia che già ho investito del titolo di “atipica”, a suo modo.

Che è una prima volta quella di Alessandro nel mondo dei thriller si intuisce, lui che predilige i romanzi storici e d’avventura.

Un’uscita fuori dalla comfort zone, un esercizio che però alla fine vede concretizzare le ricerche nella libreria del nonno in un testo piacevole e ben scritto che abbellisce la trama poliziesca con i toni rosso acceso dell’humor, rosa confetto del romance, verde brillante della filosofia.

Il mio lato ancora un po’nerd, ha sorriso cogliendo piccole citazioni più o meno esplicite che provengono dal mondo dei fumetti, come per i personaggi di Dylan Dog e Thanos, e frasi iconiche rivisitate, come quella del ragazzo dell’Isola che non c’è, riadattata per indicare la toilette

In fondo a sinistra, seconda porta a destra, poi dritti fino al mattino..”.

Vi lascio alla lettura. Mettete su un disco jazz o qualche pezzo di Louis Armstrong. Creerà la giusta atmosfera.

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