La rubrica Cinema e parole presenta “Death Note ovvero lo strano caso del dottor Jeckill e Mr Hide, Ovvero la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”. A cura di Aurora Stella

l termini otaku e nerd, di solito, vengono affibbiati a giovani che passano la maggior parte del tempo a coltivare la passione del computer, del fumetto, delle serie tv, ecc. Non hanno una connotazione positiva ma, grazie a telefilm come Big Bang Theory e film come La rivincita dei nerd ( dove la voce di Freddy Mercury troneggia con il suo we are the champions), hanno avuto modo di emergere e farsi conoscere. Anzi, di entrare nel linguaggio comune.

Per dirla con il titolo di un altro film, stanno vivendo i loro Momenti di gloria.

Se non lo avete visto, beh peggio per voi. Se lo farete, potrete godere delle spettacolari musiche di Vangelis.

Tutta questa pappardella (fettuccina fatta in casa, tagliata molto larga) per annunciare il mondo in cui stiamo entrando e di cui Quentin Tarantino (proprio quello di Pulp fiction, Kill Bill, Bastardi senza gloria e così via) è un fiero esponente.

Il mondo degli anime giapponesi. Se osate storcere il naso, ve lo rompo. Se pensate che il termine otaku mal si adatti a una non più giovane, vi trito le ossa e ci faccio il pane (Cit. Shrek).

Primo, perché basterebbe scrivere accanto a otaku il termine vecchia (poi però dovrei uccidervi), secondo, perché non crederei nemmeno sotto giuramento che non abbiate mai visto un anime giapponese. E se non siete della generazione di Goldrake, Mazinga, Candy Candy, Heidi, Lady Oscar, sarete della generazione di Sailor Moon, Pokemon Inuyasha, Death Note…

Capirò (fino a un certo punto) la vostra domanda, semmai ve la doveste porre, “Ma la tua non è una rubrica di cinema e parole? Non dovresti mostrarci delle assonanze tra libri e film?”

Ma significherebbe che non avete nemmeno letto il titolo della recensione.

Cos’è Death Note?

Semplicemente la versione manga e moderna del dilemma che da sempre attanaglia l’uomo. L’eterna lotta tra il Bene e il Male.

Come mio solito me ne verrò fuori, ora, con la superiorità del pensiero orientale su quello occidentale dato dal simbolo del tao che raffigura la realtà di tutte le cose. Si tratta di un cerchio diviso in due, una metà bianca con un cerchio nero al centro e una metà nera con un cerchio bianco al centro. La parte nera rappresenta il principio yin (), quella bianca il principio yang ().

Queste due parti, pur essendo una metà dell’insieme, non hanno un taglio netto, ma quasi si abbracciano. E il contenere a loro volta parte del proprio opposto, pur essendo delimitato, ci aiuta a comprendere ulteriormente questa separazione. Noi occidentali, purtroppo, siamo fermi a un pensiero dualistico, binario, mentre il loro è penta-dimensionale. Per noi le cose sono solo bianche o solo nere. Si ragiona per assoluti e, quando le risposte sono insufficienti, allora si mescola tutto. Si creano i compromessi, un grigio che all’apparenza soddisfa tutti, ma che in realtà scontenta.

Ma questo taglio netto, retaggio platonico dell’altra metà della mela, ci induce a pensare che, se fosse possibile prendere il Male, conservarlo e poi eliminarlo, avremmo una schiacciante vittoria del Bene.

Precedenti letterari illustri, sono stati Doctor Faustus di Marlowe che a sua volta ha inspirato il più celebre Faust di Goethe. L’argomento viene poi sviscerato meglio ne Lo strano cado del dottor Jakill e mr Hyde di Stevenson e Il visconte dimezzato di Calvino. L’idea che esista una netta separazione tra il bene e il male, che possano esistere angeli buoni e cattivi, che la natura umana sia divisa in due metà prende vita in questi capolavori. Mentre, per alcuni, basta ricucire le due metà per ottenere di nuovo l’individuo (è il caso del visconte dimezzato) per Jakill e Hyde non è così semplice perché, una volta disgiunte, anziché ricomporsi per formare di nuovo l’individuo, le due unità cercano di eliminarsi a vicenda. Questo perché, entrambi, mantengono coscienza dell’esistenza dell’altro.

Nel caso di Faust c’è poi di mezzo l’intervento divino.

Ma che succederebbe se un intervento divino sdoppiasse una persona separandone il lato buono da quello malvagio? La risposta è Death Note.

Immaginate uno Shinigami (Dio della morte giapponese) annoiato che, per divertirsi, decida di “perdere” il suo quaderno della morte sulla Terra e vedere cosa combinerà l’umano che lo prenderà. Il Death note, ovviamente, ha delle regole. Per uccidere si deve scrivere il nome della persona che si vuole eliminare e soprattutto, deve avere bene in mente il volto della stessa così da evitare omonimie. Se non si scrive una precisa causa di morte del prescelto, entro quaranta secondi, morirà di arresto cardiaco. Si possono scrivere anche dettagli sulla morte della vittima o anche fargli compiere determinate azioni prima di morire. Gli shinigami se ne servono abitualmente per eliminare gli uomini e impadronirsi dei loro anni vitali.

Detto questo, passiamo al protagonista. Light (luce): uno studente modello, di buona famiglia, bello, educato, intelligente, generoso, leale, con uno spiccato senso della giustizia. Insomma, la perfezione incarnata, trova questo quaderno e che fa?

Diventa mister Hyde nell’istante in cui lo tocca. Perché questo quaderno amplifica la volontà negativa delle persone. Non è il primo che viene raccolto dagli umani, ma Light è il prima che ne fa un uso scientifico. Light non elimina le persone che gli sono antipatiche. Lui è figlio di un poliziotto ed è abituato a veder prevalere il male. Lui decide, con uno strumento divino, di uccidere tutti i più pericolosi criminali. Volutamente lascia che muoiano di arresto cardiaco, affinché il mondo si accorga che esiste una giustizia divina e che il mondo sta per cambiare e, già che c’è, diventare anche il dio di questo nuovo mondo.

Al punto da meritarsi il soprannome di Kira (storpiatura giapponese di killer).

Ovvio che, dove c’è un protagonista, esista un antagonista. Nel suo caso si tratta di un ragazzo genio come lui, un eccentrico (non bellissimo come il protagonista) che si fa chiamare L.

E sarà proprio L che, volendo arrestare Kira, spingerà involontariamente quest’ultimo a eliminare Light. Ed è per questo che vi ho parlato di Jakill e Hyde.

Qui la differenza, tuttavia, è costituita dalla non consapevolezza del personaggio buono, di essere il personaggio malvagio, mentre il malvagio sa perfettamente di avere una controparte buona. E questo rende la storia molto interessante. Perché se Hyde e Jakill tentano di eliminarsi a vicenda, sapendo dell’esistenza l’uno dell’altro, Light tenterà di catturare Kira nutrendo solo il sospetto di poter essere il malvagio, mentre la parte malvagia, ben consapevole di poter essere eliminata dal suo alter ego, si rivelerà più furbo. Questa è la vera modernizzazione del concetto. In un certo senso, tutti questi personaggi (da Faust a Kira) tentano di combattere il fuoco con il fuoco, ma finiscono per non saperlo fare. Capisco che, per molti, l’idea di combattere il fuoco con il fuoco possa sembrare assurda, ma in realtà non è altro che una strategia disperata. Un incendio enorme che non può essere arrestato con i mezzi tradizionali, può essere fermato togliendo il comburente o il combustibile.

Visto che non è possibile privarlo dell’ossigeno (comburente), si toglie il combustibile (tutto ciò che brucia). Come? creando incendi controllati che, una volta divorato tutto, non lascino altra soluzione, all’incendio principale, di estinguersi.

Ovviamente non si tratta di una strategia che può essere applicata con facilità o a cuor leggero anche perché, coloro che si trovano tra le due linee, finiranno per essere sacrificati. Oppure, se si perde il controllo si finirà per ampliare l’incendio principale.

Ed è quello che capita a Jackill e a Light: nel momento in cui decidono di togliere di torno il male (poco importa se da un singolo o dal mondo) stanno usando questa strategia.

Kira, tuttavia, viene ance avvisato dallo stesso Shinigami (Ryuk) di questa contraddizione, facendogli notare che, una volta eleminati tutti i criminali, ne resterebbe comunque uno: lui.

Kira e Hyde manifestano al massimo la loro malvagità quando sono sotto pressione, quando il loro lato animale, sentendosi braccato, trova nell’aggressività l’unica risposta possibile. Ma, a differenza di Hyde, Kira non perde mai il controllo. Resta un animale razionale. Si supera così il concetto di bene-bellezza-elevazione, male-bruttura-animalesca.

Hyde è deforme, basso, brutto e rozzo. Jakill è bello alto, colto e intelligente Kira resta bello e intelligente, così come Light. La differenza non è nella testa, ma nel cuore. E questo è il secondo concetto moderno. Il male è attraente, intelligente, consapevole di sé. Al punto da eliminare chi lo ha generato, per sopravvivere.

La prova di ciò che sostengo è nel disperato urlo di dolore e terrore di Light quando tocca di nuovo il Death Note (a cui ha precedentemente rinunciato) e, di conseguenza, perso i ricordi legati ad esso.

L’ultimo efferato omicidio che Kira compie è sull’unico essere in grado di fermarlo se solo avesse la consapevolezza.

Perché, se fermare il fuoco con il fuoco è realmente possibile, si deve partire comunque dal presupposto che non è un’idea normale, ma un’ultima spiaggia. Non perché non sia fattibile, ma perché è impossibile da controllare sempre.

Il fuoco, così come il male, sono incontrollabili perché elementi liberi. Soprattutto l’idea arrogante di potersene servire liberamente fornisce l’innesco a un comburente e combustile inesauribile.

Molto spesso gli anime giapponesi son stati criticati per la banalità, la violenza e bla, bla, bla. Death Note è crudo, non pensato per i bambini, così come non lo era il libro di Stevenson, ma è la migliore trasposizione e modernizzazione di Jakill e Hyde che io abbia mai visto sinora.

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