“Il peso del sangue” di Laura McHugh, NUA edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Chiedo scusa, sin da queste mie prime parole, per l’incapacità di descrivere degnamente il libro di Laura McHugh.

Non è facile descriverlo, raccontarvi lo splendore di una lettura simile.

Non riesco a raccontarvi le mie sensazioni.

Ma indegnamente certo, ci proverò.

Come ben sapete, oramai da troppi anni vi tedio con i miei gusti letterari.

Dopo Carrol e Wilde, è Steinbeck a fare da padrone nelle mie letture giovanili.

Lui e il buon Keruac.

Lui e molti dei meravigliosi romanzi americani, di quella provincia che mi affascina e al tempo tesso mi terrorizza.

Li dove la vera America si mostra senza pudore a me, che cerco la sua profonda essenza.

A me, che non sono mai paga di idilliache visioni, di edulcorati slogan. Non mi basta il self made man sbandierato dalla propaganda tesa a costruire un identità capace di amalgamare le diverse etnie.

Voglio di più.

Voglio scrutare i segreti nascosti sotto il tappetto del successo.

Voglio indagare laddove le idiosincrasie smentiscono la loro mortale i loro emendamenti.

Voglio capire, comprendere se la tanto decantata novità portata avanti dai padri fondatori sia davvero entrata nel cuore e nell’anima dei suoi cittadini. E per comprenderlo dove si va?

Come direbbe la mia professoressa di storia all’università, è nelle piccole, invisibili storie che ci cela davvero l’ethos e la portata storia di ogni evento.

E’ nelle cittadine del Mississipi o dello Iowa, di quell’America rurale lasciata indietro rispetto agli stati che sono al centro dell’illusione americana, a raccontarci la loro versione.

Ed è questo che la nostra McHugh ci regala.

Non soltanto un thriller psicologico.

Ma una lucida e cruda analisi di un particolare sentire, unico collante di una nazione che traballa.

Eppure finge di saperci camminare sui quegli eleganti tacchi. Nascondendo ferite e escoriazioni.

Non sono le nobili dichiarazioni che tengono quindi unita quella parte dell’America.

Sono sottili legami, spesso affatto civili che identificano in una famiglia, un clan o una figura ( persino lo sceriffo della contea) il loro mentore.

E cosa comporta questo tipo di appartenenza?

Che la legge che conta, quella tramandata e resa intoccabile dall’accettazione cittadina è semplicemente il personale interesse di quel clan, di quell’èlite, di quel mentore.

E’ lui a decidere affari, società e persino valori.

O disvalori, come in questo caso.

Si rende il custode non già di una tradizione reale e costruita da secoli di esperienze e di apprendimento.

Ma di una verità facile e immediata, rea di perdere quel po’ di giustizia di cui ha diritto.

In quest’America, cosi afosa, cosi umida, cosi capace di appiccicarti sulla pelle, di farti provare repulsione e attrazione, l’unica giustizia è quella che difende il capo indiscusso eletto mai per rispetto e sempre per convenienza e paura.

E sapete chi fa le spese in questo sistema che si avvicina la feudalesimo?

Gli ultimi.

I dissidenti.

Le categorie deboli.

Le donne.

E persino gli anziani.

E cosi nell’altopiano di Ozark, nella “ridente” cittadina di Henbane, dimenticata quasi dalla civiltà, legata da un male oscuro capaci di far abbassare lo sguardo su ogni violazione, non è l’uomo al centro della loro strana, distorta e contorta morale.

E’ la famiglia.

A tutti i Dane chiedono rispetto.

Chiedono totale sottomissione.

Chiedono persino di ignorare, di chiudere coscienza prima che gli occhi.

Chiedono un tributo perché la loro stella continua a garantirgli…Stabilità

Che in questo caso si sposa con l’arretratezza e con la stagnnazione.nulla si muove.

Nulla deve turbare questo finto equilibrio.

Le sparizioni non sono certo frutto di un abuso.

Vengono mitizzate, tanto che le vittime stesse si ritrovano a far parte di un folclore, che cerca di colmare dei vuoti.

E che in realtà si avverte come inesistente, quasi un mostro utile, creato ad Hoc per terrorizzare chi, avesse solo la tentazione di dirlo quel no.

Esiste la costante spersonalizzazione della vittima e la mitizzazione del reato, che diventa parte di un folclore che, sembra nutrire un male atavico, lacerante, viscido e pernicioso.

E in fondo non esiste neanche la lontana voglia di dirlo quel no.

Troppo difficile poi sopportarne il peso.

Troppo tosto il costo per tornare ad essere umani.

Per sollevare il tappeto e verificare i danni del marciume.

O forse no.

Forse qualcuno può farcela a vedere, osservare e sopportarne il fetore.

Eppure…

Forse stavolta la coscienza sarà molto più forte del peso del sangue.

Un libro di una meraviglia oscura, che conquista, commuove e seduce. Mai letto in tanti anni di blog, qualcosa di cosi perfetto.

Complimenti Nua.

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