“Il giallo di Via Poma” di Massimo Lugli e Antonio del Greco, Newton Compton. A cura di Alessandra Micheli

Prima considerazione: questo è un romanzo.

Ma va direbbe qualcuno.

Eppure questa mia ovvietà è di importanza fondamentale perché, a discapito del titolo il testo parla si del famoso_ delitto, ma romanzandolo.

E sapete cosa significa?

Che non si incentra nelle soluzioni alternative, in ipotesi investigative magari originali o in concomitanza con la nuova scienza al servizio della polizia e della magistratura.

Affatto.

Il bello, la dote di questo testo è la ricostruzione di un indagine ( sottolineo indagine non atto delittuoso) che è di importanza capitale per comprendere lo spirito dell’epoca.

E’ questo il valore aggiunto nei gialli che prendono spunto da fatti di cronaca e diventano realmente giornalistici.

E cosa fa il giornalista, quello vero non il gossipparo di oggi?

Ricostruisce.

Fatti e accadimenti, ethos e impegno, persino speranze e errori.

E il delitto di via Poma, rimasto insoluto dopo trent’anni non è altro che un cold case che mette in luce la dedizione degli apparati investigativi ma anche i limiti, tecnologici sopratutto, che limitano l’azione.

Per questo i nomi sono di fantasia.

Per dare risalto alla difficoltà che, nel 1990 ci si trovava di fronte.

Senza tabulati, senza il congelamento della scena che è stato immortalato nella fiction RIS, i nostri eroi moderni, umani e imperfetti si muovono nella zona d’ombra di via Carlo Poma.

Un quartiere elegante, sede di professionisti, quasi una sorta di comodo e rassicurante nicchia per una ragazza, con i suoi sogni re il suo impegno sul lavoro.

Diciannove anni aveva.

Una vita strappata dalla brutalità insensata, delitti passionale sembra ma troppo scabroso per quel palazzo che si chiude in se stesso.

E diventa una granitica prigione dove i segreti vengono custoditi. Qualcuno sapeva?

Qualcuno proteggeva nomi eccellenti?

Queste sono domande che oggi, nel 2021 ci premono.

Sono forse le domande a cui possono rispondere oggi i nostri tutori della giustizia, grazie a intercettazioni che delineano non solo la scena de delitto ma anche le motivazioni inconsce dei protagonisti, vittime e carnefici.

Quello che ci resta leggendo il libro è la sensazione, terrificante e nostalgica di un tuffo nel passato, una ripercorrere un anno importante eppure che mostra tutta la sua fragilità: anni novanta, gli anni del salto, gli anni in cui il mondo stesso verrà stravolto.

Anni in cui nonostante la sensazione di meraviglia una ragazza viene immolata sul losco altare del vizio.

Poco importa il nome.

Importa la fatica e la voglia di giustizia dei suoi protagonisti.

Contano gli errori ma anche la volontà di Lugli e del Greco di spazzare via la notizie sensazionalistiche, quelle che ci piacciano tanto ma che sono alibi che mascherano realtà meno complottiste e forse più banali e orrende.

Cosa c’è di più orrendo della passione non corrisposta, del denaro e del potere?

Ed è qua che il libro di Lugli ha la sua apoteosi: una sorta di feroce condanna al giornalismo che muoveva i primi passi, quello che poco considerava il fatto e le prove ma che iniziava a divenire show e business.

E con un finale crudo e duro, ma che può farci riflettere sulla deontologia professionale ( dio che parolona) l’ultima pagina lancia un monito: informare è una cosa seria.

Informare bene aiuta a dipanare le matasse.

Disinformare è solo un metodo del sistema per farci testare dormienti e accondiscendenti.

Un libro capolavoro, come solo il nostro Lugli sa creare.

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