“Morte a Porta Venezia. La magliaia Delia, indaga in una Milano deserta” di Mauro Biagini, Fratelli Frilli editori. A cura di Alessandra Micheli

Ci sono libri che sembrano canzoni.

Lenti, armonici e con un tono di soffusa nostalgia, che brilla nel cuore della trama come un diamante raro.

Morte a porta Venezia è uno di questi.

Potrei paragonarlo a una delle meravigliose canzoni di De André. Quel cantautore che riesce più di ogni altro a entrare dentro la città, viverla, non solo attraversarla lentamente.

Con passo evanescente.

Ma fermo capace di lasciare impronte definite sull’asfalto.

E la vivi dentro quei vicoli, che siamo di Roma o di Napoli, Genova o Milano.

Ah Milano tanto odiata eppure tanto sognata.

La città del fashion e della moda, la città che si vanta di essere la ricca signora, un po’ snob e di classe, con quel passo che assomiglia a un assolo jazz.

Eppure, in questo libro vive un altra città, forse più vera, crocevia di destini e di colori, di gente strana, di voci a volte cacofoniche, di dialetti diversi.

Un mondo sfumato e per nulla definito.

Comunità solidale e al tempo stesso distratta, senza riuscire a rinunciare al quel profumo atipico della semplicità contadina. Quella che formava legami indissolubili, dove ognuno si impicciava un po’ dei fatti degli altri e nessun delitto poteva essere impunito.

Di quella Milano resta solo un ricordo.

E’ il silenzio a avvolgerla rendendo ancor più stridenti i gridi di disperazioni, spesso disorientati dalla giovialità vitale di un mondo in miniatura e in fermento.

E’ il tempo del covid.

Nessuno affacciato alla finestra, nessuno al bar a elargire consigli di vita, maestri di un senso pratico affatto elementare.

E’ il silenzio che precede il dramma, rotto soltanto dal suono oscuro delle ambulanza.

E ricordo come fosse ieri il giorno del lockdown.

Chiusi in casa serrate le porte e le finestra, persino il cuore contro un nemico invisibile.

Uno con cui combattere non è facile.

Ne possibile.

Oggi sappiamo che, semplicemente, bisogna conviverci e cambiare persino le abitudini e le percezioni.

Ma in quei mesi strani, sospesi e quassi congelati in un attimo che mai più sarebbe tornato, ci si sentiva persi.

E proprio quel quartiere, Porta Venezia, fatto di colori sconosciuti, diventa la stessa landa deserta che ognuno di noi aveva nel cuore.

E, soprattutto, il silenzio. Un silenzio che aveva il diritto di spadroneggiare nell’aria dolce tra un lunedì e un martedì di marzo.

Sembrava tutto normale.

Nemmeno lo sfrecciare di un mezzo a sirene spiegate poteva turbare quella quiete ordinaria.

Forse era una volante della polizia? La delinquenza non dorme mai in una grande città come Milano.

Oppure un’ambulanza? Qualcuno poteva essersi sentito male, perché no.

Non c’era da stupirsi nel cuore della notte. Se mai fosse stata una notte come tante.

E’ forse questo ricordo che rende il libro incantevole.

E’ forse quel senso strano di apparente sicurezza, di nebulose incertezze a conquistarci.

Ed è in quel momento che forse il delitto diventa ancora più perturbante.

E accentua l’orrore della fragilità.

In quel microcosmo che tenta di sopravvivere, trovando altri metodi per sentirsi vicini, qualcosa di orribile squarcia il silenzio.

Un fatto di sangue, che ci rende tutti, persino tu lettore, più disperati, più soli più spaventati.

Sembra che la morte abbia deciso di vivere perennemente tra noi, non solo negli ospedali, o nelle case, ma anche e sopratutto nel vizio.

E cosi neanche il buon borghese si sottrae a una strana maledizione. Il silenzio e il virus portano alla luce ogni segreto.

Lo scabroso e il triste.

Amori mai potuti vivere e che in un tempo sospeso, di regole infrante, come un macabro carnevale ha l’ardire di farsi sentire.

E non certo con la voce soave di una ninnananna sapete cosa succede al nostro quartiere?

Torna a colorarsi.

Di solidarietà.

E la curiosità unico svago in un questo momento di dolore, di prigionia, diviene il mezzo per restituire ai torti la loro punizione.

Per sbrogliare i nodi e per fermare o dare un senso e una spiegazione alla violenza.

E cosi il cielo sconfitto, i sogni apparentemente strappati hanno nella meravigliosa Delia la propria guardina.aa?=pé,

La protettrice.

Degli ultimi e dei ricordi.

Di un quartiere che non vuole mollare, ne avvilirsi, ne ripiegarsi su se stessa.

E in un universo distopico che sembra voler avvelenare la poesia, è Delia a restituire dignità a un quartiere e a delle storie che risulterebbero soltanto pagine da dimenticare.

E cosi il delitto viene svelato.

Ma attenzione.

Non troverete buoni o cattivi.

Troverete solo uomini.

E ahimè gli uomini sono cosi fallaci e fragili che spesso vengono sedotti dall’abisso.

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