La rubrica Viaggi attraverso la storia presenta ” Non tutto ciò che luccica è oro”. A cura di Alfredo Betocchi

La Storia che si impara sui libri è quasi sempre il risultato dei racconti confezionati dai vincitori delle guerre tra gli uomini.

Opinioni e fatti storici molto spesso si sono rivelati scorretti o decisamente inventati.

Qualche esempio può essere ciò che la regina Maria Antonietta rispose a chi la informava sulla fame che tormentava il popolo di Parigi: “Se non hanno pane, che mangino le brioches!”. Frase completamente inventata dai detrattori della monrchia.

Altro esempio è la descrizione degli Unni da parte degli storici romani: “Crudeli, assetati di sangue, ingovernabili se non da Attila.” Questo non è affatto vero.

Gli unni avevano il senso della disciplina e dell’onore tanto che furono utilizzati negli eserciti imperiali del V secolo come truppe combattenti agli ordini dei generali romani o perfino come guardie del corpo dell’imperatore Valentiniano III.

Figure importanti del secolo XVIII e XIX nella storia americana furono George Washington (1732-1799) e Abraham Lincoln (1809-1865).

Essi furono mitizzati dai vincitori della Guerra d’Indipendenza (1776-1781), le 13 Colonie contro gli inglesi, e da quelli della Guerra Civile (1860-1865) che vide gli Stati del Nord contro quelli del Sud degli Stati Uniti d’America.

Consultando il ponderoso saggio di Raimondo Luraghi, “Storia della Guerra Civile Americana”, si scoprono dei lati inquietanti se non addirittura in contrasto con la leggenda degli Stati nordisti anti schiavisti opposti agli Stati sudisti cultori dello schiavismo.

Il trasporto degli africani nelle terre d’America veniva eseguito con regolarità dai navigli della Nuova Inghilterra, dagli olandesi, dai portoghesi e da altre marinerie minori. I primi forzati di colore giunsero in Virginia nel 1619 portati da una nave olandese. Costoro sbarcarono in un momento in cui le piantagioni stavano per entrare in crisi. Già si era tentato di introdurre forze bracciantili bianche dall’Europa, trasportando condannati all’ergastolo per impiegarli nei campi di cotone. Costoro, spesso si svincolavano dalla schiavitù prendeno una porzione di terra per conto proprio.

L’introduzione degli schiavi dall’Africa mise fine a questo fenomeno. In poco tempo la schiavitù si estese a tutti le colonie britanniche d’America.

Gli spregiudicati yenkees per accodarsi agli schiavisti d’Europa, introdussero i migranti nelle fabbriche di rum che veniva caricato sulle navi e portato in Africa dove veniva scambiato con gli schiavi. E’ vero che molti schiavi erano utilizzati nei campi degli Stati sudisti ma il vero guadagno lo facevano quelli del Nord che rifornivano massicciamente di uomini le colonie inglesi. La Corona guardava beninteso con favore questo fenomeno che arricchiva pure le sue casse.

Il lavoro dei negri nel nord alla lunga provocò disoccupazione fra i coloni e costoro finirono per odiare la schiavitù ma soprattutto le vittime di questo mercato.

Alla fine, i lavoratori bianchi ottennero l’abolizione della schiavitù proibendo ai ricchi di rivolgersi ai lavoratori dalla pelle nera pena l’uccisione loro e dei loro schiavi. La scomparsa della schiavitù nel Nord non interruppe però la tratta dei mercanti che facevano affari d’oro sbarcandoli negli Stati del Sud.

Solo il 6% delle navi schiaviste provenivano dal Sud, gli affari rimasero per lunghi anno ancora in mano ai ricchi industriali del Nord.

In realtà i sudisti vedevano con preoccupazione l’ingigantirsi del fenomeno dello schiavismo e addirittura vietarono l’introduzione di nuovi schiavi nei loro Stati.

Il Governo britannico annullò tali decreti dichiarando che non poteva rinunciare a un così lucroso commercio.

Farsi un’idea esatta delle reali condizioni in cui verso la metà del XIX secolo vivevano e lavoravano gli schiavi d’America è oggi assai difficile.

E’ di ostacolo soprattutto la nostra idea di moralità di uomini del XXI secolo, cui la sola idea che un essere umano possa venire comprato e venduto come una pecora fa orrore. Su questo argomento noi siamo facilmente portati a condannare in blocco e senza appello tutto il vecchio Sud come una terra di degenerati, insensibili ai motivi più elementari di umanità. Ma non è così che si legge la Storia. Essa va contestualizzata e noi moderni dobbiamo immergerci nella mentalità dell’epoca, senza preconcetti né scandalo per il modo di pensare dei nostri progenitori.

Il revisionismo storico è in realtà un distrugggere la Storia (con la S maiuscola.) Condannare e mettere al bando arte, abbattere le statue, censurare la letteratura e il pensiero dei nostri avi non è un buon servizio alla verità storica.

Tutto questo crea animosità, spirito fazioso e “pamphlettistico”nelle persone facilmente influenzabili e, diciamolo pure senza paura, un bel po’ superficiali.

Perciò uno sforzo per fornire un quadro il più possibile obiettivo può e deve essere fatto senza che uno tra i fondamentali problemi della Storia dell’America e non solo, rischia di rimanere del tutto incompreso e deformato.

Veniamo brevemente ai due mostri sacri del mito americano. George Washington e Abraham Lincoln.

Washington, a differenza di quanto si crede, era uomo del Sud, virginiano e grande piantatore, proprietario di oltre duecento schiavi benchè avesse definito la schiavitù “ripugnante ai suoi sentimenti”. E’ pur vero che aveva lasciato la disposizione testamentaria dichiarando liberi tutti i suoi schiavi, ma come militare non aveva brillato né per lealtà né per correttezza.

La tattica provocatoria degli inglesi all’inizio della guerra dei Sette Anni (1756-1763) fu una continua infiltrazione oltre i confini di Nouvelle France, (oggi Ohio e regione dei Grandi Laghi) terrorizzando i coloni francesi, distruggendo fattorie, uccidendo gli abitanti, violentando le donne e razziando il bestiame.

George Washington, che a quell’epoca era colonnello comandante di contingenti virginiani, non si era sottratto a quelle bestiali aggressioni, anzi fu attore di un’azione altamente vigliacca e sleale ricordata come “l’incidente di Jumonville” che, naturalmente non troverete mai nei libri di Storia.

Nel maggio del 1754, il reparto di Washington ebbe l’ordine di spingersi oltre i confini dell’Ohio per saggiare la resistenza francese, fatto che scatenò la guerra anglo-francese in Nord America.

Il comandante della guarnigione francese di Fort Duquesne ebbe notizia dello sconfinamento dagli alleati indiani. L’ufficiale inviò quindi l’alfiere De Villiers signore di Jumonville presso l’accampamento britannico per invitarli a sgomberare oltre confine. Giunto il drappello francese con la bandiera bianca all’accampamento inglese, Jumonville lesse a George Washington l’ingiunzione di sgombero dalle terre di re Luigi XV.

Il colonnello lasciò finire la lettura del comunicato poi, subito dopo, ordinò ai suoi virginiani di aprire il fuoco. Jumonville e nove francesi caddero fulminati, gli altri presi alla sprovvista furono catturati tranne uno che riuscì a riparare nel forte francese e raccontare così l’orrenda vicenda.

Nessuna ostilità poteva giustificare quella strage ma le autorità britanniche stesero un velo sulla vicenda e Washington potè farla franca. In seguito egli venne fatto generale guidando le truppe indipendentiste contro gli inglesi e divenendo infine il primo presidente degli Stati Uniti d’America, creando il mito di eroe leale e senza macchia.

L’altra figura mitica dell’Olimpo statunitense é Abraham Lincoln, il presidente del Nord che vinse la guerra civile contro il Sud.

Nato nel Kentucky, fu un vero uomo duro, un pioniere che con la famiglia aveva conosciuto la dura vita della frontiera.

Come i suoi conterranei, non era un abolizionista anzi, aveva sempre avuto scarsa simpatia per loro. Sul piano morale condannava la schiavitù ma comprendeva che il suo mondo era fatto anche di questo e sarebbe stato impossibile per un singolo cercare di cambiare quella società. Eletto all’Assemblea Legislativa

dell’Illinois, scrisse una lunga lettera sull’argomento dichiarando che “la schiavitù era fondata sia sull’ingiustizia che su una cattiva politica” aggiungendo in seguito

che erano necessari “energici ed efficaci mezzi” per catturare e restiuire ai loro padroni quegli schiavi che da fuori distretto vi si fossero rifugiati. I suoi avversari politici lo gratificarono del titolo di “cacciatore di schiavi dell’Illinois”.

In un successivo discorso affermò: “Se mi fossero dati tutti i poteri esistenti su questa Terra, io non saprei come cavarmela. Il primo impulso sarebbe di liberarli e di mandarli in Liberia, loro terra d’origine. La sua attuazione repentina è impossibile, quindi? Che fare? Liberarli tutti e tenerli tra noi non migliorerebbe le loro condizioni. I miei personali sentimenti non ammettono di dare loro l’eguaglianza sociale”.

Concludendo, i suoi pensieri coincidevano con quelli dei suoi concittadini frontiermen: fuori la schiavitù dai Territori perchè essa faceva concorrenza al lavoro libero ma nessun contrasto con gli schiavisti del Sud.

La rottura con gli Stati del Sud avvenne quando fu chiaro che alla lunga essi desideravano rompere l’Unione e la Nazione, creando un altro Stato indipendente.

Questo era intollerabile, ma il contrasto con gli schiavisti non era in discussione.

Anche il Nord aveva bisogno di impiegare gli ex schiavi nelle fabbriche con orari massacranti e paghe da fame per muovere l’economia .

Con la “libertà” per gli africani la situazione non migliorò affatto. Nulla sarebbe cambiato per loro.

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