“Non sono io tutto” di Alfredo Annicchiarico, Les Flaneurs editore. A cura di Alessandra Micheli

Fisso il foglio bianco, dopo aver concluso la lettura e aspetto che i suoni divengano parole.

So benissimo, ne sono consapevole fin nelle viscere che non si tratta solo di un romanzo.

Se lo fosse, non sentirei questa responsabilità nel descriverlo.

Ma è vita, flusso di coscienza e…etica.

Mai parola mi fu più cara.

Mai parola fu capace di comandare fino a adesso il mio destino.

Funesta musa che occhieggia in ogni mio scritto, che mi costringe a cambiare il percorso della penna, che mi fa ingoiare parole e sputarne altre.

Che ferisce, mi schiaffeggia, mi comanda non mi lascia dormire il sonno tranquillo dell’ebete.

Troppo forte il suono che sveglia in mio cervello, troppo importanti le domande che mi suggerisce.

L’etica.

Solo una parola per ognuno di voi ma che per noi ha il sapore dolce del miele e amaro della sconfitta.

Perché se di etica si combatte di etica si muore, quando troppo difficile sopportarne il peso la si trasforma con un atto sconsiderato in comoda morale pret e porter.

Utile in ogni occasione e dipendente dal contesto storico.

L’etica no.

Non cambia mai.

E’ sempre se stessa, sempre famelica, sempre esigente, sempre scomoda.

E Annicchiarico non è da meno.

Nel suo testo non da pace, non concede tregua, sgama ogni nascondiglio, ci cerca e ci affronta mettendoci all’angolo e incalzando tramite il suo protagonista con le domande.

E con le riflessioni su valori considerati quasi scontati, banali ovvi come l’amicizia, l’amore, la vita e persino la morte.

Li viviamo o forse li subiamo, senza ma decidere di scendere con loro nelle regioni ctonie della loro essenza, spaventati forse dall’immagine di quei meandri simili a grotte, piene si stalattiti, di rocce e di umidità.

Se poi sia acqua o lacrime non ci è dato sapere.

Lacrime perché una parte di anima si sente privata della possibilità di essere integra.

Perché l’etica è la sua spada.

E cosi ogni volta che un lavoro non ci soddisfa, ogni compromesso, ogni scorciatoia è una lacrima che il tempo ruba a noi.

Rischiando poi di renderci aridi, come certi terreni bruciati dal sole, troppo sfruttati, troppo vilipesi dall’arroganza dell’uomo.

E’ questo che folgora il cervello che è cosi deciso a dormire: il segreto di questo libro a tutto nel titolo.

Non sono io tutto.

Non sono io al centro del tutto.

Non sono io che sono protagonista ne l’elemento che deve necessariamente spiccare tra gli altri.

E farlo con botte e sgomitate.

E farlo con il ghigno crudele di mammona, che ci tiene per mano.

Non sono io tutto.

Forse c’è dio, forse quella donna amata che resta ancor più importante perché non vissuta.

In questa storia di un fratello santo c’è tutto il segreto che cerco di rincorrere da anni: la bellezza non è mai nel fiore, ma nel fango.

Nella terra brulla con cui ogni tanto sento il bisogno di sporcarmi le mani.

Nell’amico che sta morendo e ti regala un ultimo sorriso.

Nel coraggio di dire ti amo.

Nella follia di non cedere la compromesso.

Nella volontà di scendere dalla giostra dell’apparenza.

Di raccontare le storie così come vanno raccontate.

La santità vera è la madre che allatta un bambino.

E’ fare l’amore rinascere nel corpo dell’altro.

E’ Zeno Pavani che esce dal suo letargo e inizia a conoscere: suo fratello, la donna che gli è accanto, la società e alla fine..se stesso.

Perché noi sono siamo tutto.

Siamo meravigliose, incredibili, inafferrabili parti del tutto.

Non siamo tutto certo, ma come direbbe vecchioni: noi siamo uomini e tu dolore, arrivismo, denaro, successo, apparenza, vanità non siete un cazzo di niente.

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