“I figli di Akilon. La caduta di Voltarian” di Ivan La Cioppa, Eracle edizioni. Barbara Amarotti

Un giovane si sveglia in un luogo sconosciuto, è poggiato contro un muro e non riesce a muoversi in quanto le sue ali sono inchiodate, ma lui non solo non conosce il motivo per cui è lì ma non è neppure consapevole di avere delle ali.

Si tratta del principe Aldemar, figlio del re di Voltaran, il reame degli uomini aquila.

Voltaran è stata attaccata e distrutta dai kaliani, solo Aldemar e il suo anziano maestro d’armi sono sopravvissuti, stanno per essere torturati e uccisi quando sulla piazza piomba il Tredicesimo Stormo, le guardie reali comandate da Zarkarion, che riesce a portarli in salvo.

Ma come hanno fatto i kaliani a raggiungere Voltaran, una città a cui si può accedere solo volando?

Mentre il valoroso comandante del Tredicesimo Stormo è in missione alla ricerca di superstiti, Aldemar si addestra con Oligar, l’unico che sembra conoscerlo veramente, fino a quando una richiesta d’aiuto li costringe a radunare le truppe rimaste e a partire.

Inizia così il viaggio de I figli di Akilon.

Il fantasy moderno deriva dalla mitologia nordica e prende spunto dai racconti epici che erano, a mio parere, i fantasy della loro epoca e così in questo libro troviamo due eroi contrapposti tra loro: Aldemar, l’eroe che è in cerca di riscatto per la vita dissoluta che conduceva, e Zarkarion l’eroe ligio al dovere, il condottiero senza macchia e senza paura, osannato dai suoi soldati.

Come Odisseo, Aldemar usa l’astuzia e l’inganno per raggiungere il proprio scopo facendo poco caso al codice d’onore che comanda le azioni degli uomini aquila.

Così come l’acheo anche lui usa diversi stratagemmi per ingannare i nemici e farseli alleati e non ha scrupoli quando si tratta di mentire, ma il viaggio di Aldemar è anche catartico in quanto lui vuole riscattarsi per le basse azioni che ha compiuto e ha visto la perdita della memoria come un’opportunità per dare vita a un nuovo sé.

La sua controparte è Zarkarion, che, come Enea, segue le regole d’onore del proprio popolo arrivando a soffrire lui stesso pur di non tradire i propri principi.

Possiamo definirlo un “puro”, un eroe nel senso più letterale, lui rischia ogni cosa per raggiungere l’obiettivo ma senza mai mettere a repentaglio il proprio credo nel codice di comportamento.

Tra i personaggi “minori” spicca la figura di Valar, un guerriero valoro, forse il mio preferito, che pur non condividendo appieno le scelte del proprio comandante non si tira indietro, conscio del fatto che liberare Voltaran dagli oppressori è l’unica cosa da fare.

Ecco, lui, per restare nell’epica, è Ettore, il guerriero infaticabile che dona ogni fibra di se stesso alla causa.

Avete capito ora perché all’inizio vi ho paragonato l’epica al fantasy?

Quando si parla di eroi non ci si può esimere dal fare paragoni tra i due generi, così nel fantasy anglosassone troviamo continui paragoni con la mitologia nordica e in quello continentale troviamo invece una contaminazione tra l’epica e le leggende nordiche.

Spesso basta cercarle per notare le somiglianze tra i generi, provate e poi mi direte.

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