“Il banchiere di Milano” di Ippolito Edmondo Ferrario, Fratelli Frilli editore. A cura di Alessandra Micheli

Come raccontare un libro che ti ha fatto innamorare?

Ve lo svelo è impossibile.

Quindi perdonatemi se non riuscirò a raccontarvi il libro come merita: perché sono ancora troppo avvinta dalla bravura dell’autore e dalla perfezione dell’intreccio per poter essere obiettiva.
E credetemi, ho fatto anche passare i giorni, per potere far decantare le emozioni e trovare il succo, cosi come sono abituata a fare.

Allora il mio scritto non può non diventare personale.

Tanto da svelarmi a voi e all’autore per emergere, anzi per far emergere tutto ciò in cui credo.

E credo nell’etica, come oramai voi avrete intuito.

E l’etica mi porta a osservare con disincanto e un pizzico di cinismo, la realtà che mi circonda.

Viviamo oramai in un tempo disfatto.

Dove si sono avverate le parole oscure e profetiche del famigerato gattopardo: tutto cambia affinché nulla cambi.

E cosi è stato.

La prima repubblica ci ha lasciato con una ventata di speranza. Finalmente il sistema traballava, finalmente dalla macerie poteva nascere il nuovo, una nuova classe politica, una nuova identità dello stato dove stavolta avremmo partecipato noi tutti e non solo una ristretta oligarchia alla costruzione del patto su cui si deve fondare lo stato.

Addio Hobbees e la sua idea di uomo lupo.

E benvenuto modello cibernetico tanto celebrato dalla letteratura dei meravigliosi anni ottanta.

Cosi non è stato.

Ci siamo illusi.

Abbiamo creduto che tangentopoli ponesse le basi per una nuova aurea era. Dove l’uomo sarebbe stato al centro e non il prodotto.

Non il soggetto marcito nel meccanismo stritolante di una strana macchina: il consumismo.

Tutto si consumava.

Persino gli ideali usa e getta, bandiere dietro il quale si nascondeva il furbo di turno.

Persino la legge illusoriamente posta al servizio di un popolo scomparso e divenuto leggenda.

E cosa ci è accaduto?

Abbiamo resuscitato come orribili negromanti un cadavere.

E lo abbiamo rivestito di allori e eleganti abiti proponendolo agli astanti come nuovo.

Ma non è stato possibile nascondere il nauseabondo fetore che esso emanava.

Perché queste parole amare?

E’ il contesto sul quale si impianta il banchiere di Milano.

Uno stato inesistente, intrecci fatti di convenienza e marcio.

La politica sposata all’economia e l’economia infangata dalla malavita.

Una vero e proprio Kali Yuga.

Conoscete?

La fase che potrei definite con un termine alchemico nigredo, putrefazione, corruzione e …morte.

Il sistema è al collasso.

E’ imploso, ma nessuno vuole vedere.

Nessuno ha il coraggio di dargli il colpo finale, rischiando di perdere ogni privilegio.

Dal suo interno tutti tentano di rattoppare qualcosa e di riparare le crepe.

Ecco come inizia il nostro meraviglioso libro.

Qualcuno tenta di rianimare con uno strano rito vodoo, qualcosa che non esiste più.

Forse non si accorgono che, morendo, la libertà ha seminato il suo sangue.

E sapete chi in questo libro raccoglie tale eredità?

Una parte del sistema marcio.

Qualcuno che rivolta contro la stessa mano che lo ha svezzato le sue tattiche.

Non è un libro piacevole.

Non è un personaggio amabile quello di Sforza.

Cosi come il suo lontano omonimo corre ritto verso la meta, animato da un oscurità, da un patto antico che richiede il suo pagamento.

Abbiamo rimandato da troppo tempo la resa dei conti.

Il kali Yuga è iniziato.

E sarà proprio uno dei lupi a trasformare i complici, in pecore.

Sono le parti dello stesso meccanismo che si incepperanno e decideranno di far fermate ogni ingranaggio.

E’ questo che racconta.

Chi ha deciso di firmare lo scambio atroce, blasfemo con mammona, prima o poi a lo stesso Mammona verrà sacrificato.

Perché Dio dissemina tra le file del so nemico un angelo oscuro, pronto a imbracciare le armi.

Quell’angelo siamo noi.

Noi tutti piccoli Sforza capaci di demolire questo morto vivente dall’interno.

Combinando riflessione, lentezza e azione, immettendo elementi apparentemente estranei al noir, Ferrario ci regala un piccolo capolavoro.

Un romanzo profondamente etico.

Un romanzo che non si scorda.

Che forse mette la rabbia che provo io, che provi tu, che provano tutti coloro che dallo stato si sentono traditi al servizio della rinascita.

Perché dopo la nigredo, esiste sempre l’albedo.

E la pietra filosofale ci invita a raccoglierla con mano sicura.

E stringerla., stringerla al nostro cuore.

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