Review party “Dante enigma” di Matteo Strukul, Newton Compton. A cura di Alessandra Micheli

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi in un vasel ch’ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio,

sì che fortuna od altro tempo rio

non ci potesse dare impedimento,

anzi, vivendo sempre in un talento,

di stare insieme crescesse ‘l disio.

E monna Vanna e mDante onna Lagia poi

Con quella ch’è sul numer de le trenta

con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,

e ciascuno di lor fosse contenta,

sì come i’ credo che saremmo no

Dante Alighieri

Mi sono sempre chiesta, sin dai miei esordi come provetta studentessa, cosa avesse di tanto affascinante messer dante.

Comprendevo il fascino dei suoi pieni e la maestosità della sua divina commedia.

Capivo anche la ribellione effettuata a livello linguistico e comprendevo come, il mio tanto amato idioma, che esaltavo nei miei giovanili scritti, dovessero le loro vestigia al Sommo poeta.

A quel volgare che, in realtà, di volgare non aveva nulla, almeno non nella semantica accezione che gli regalò poi nei tempi disfatti della nostra modernità, Coco Chanel.

E di Dante, sopratutto grazie a Benigni si parla ancora.

E ancora e ancora.

Abbiamo solerti e talentosi autori tra cui Barbero e ora il nostro adorato Matteo (perdonami maestro per questa confidenza indegna che mi prendo).

Ma il mistero di Dante, quello racchiuso nel suo cuore mi sfuggiva.

Chi era?

Perché teneva tanto alla sua arte?

Come poteva vivere sapendo che ogni sua idea lo avrebbe portato all’erilio?

Chi era, davvero Alighieri?

Posso dirvi cosa significava per me, amore e odio, faccino e ribrezzo eppure…in quel sonetto sopracitato c’era la sua somma forza.

Quella per cui ancora oggi mi sento legata a lui.

Dante aveva bisogno di essere.

Non di apparire ne di rivestire un ruolo.

Che fosse quello dell’idealista o dell’intellettuale.

Sognava di vivere solo di passione e d’amore, oltre gli schemi ripetuti da troppi corsi e ricorsi storici vi vichiana memoria.

Dante aveva bisogno di un fulgore che illuminasse la notte che poteva precipitare dalla nubi oscura fin dentro il calamaio, nella pergamena profumata d’inchiostro.

Nelle sue visioni, che tanto ancora ci parlano di politica, di etica e di quanto noi umani siamo fallaci.

E allora sapevo che il punto di partenza era in quel sogno…

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi in un vasel ch’ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio,

Lui e i suoi amici, vagare per i mari in totale libertà perché come racconto Baudelaire tu sempre amerai uomo libero il mare… senza nessuna umana pastoia, umano impedimento che fosse anche il senso civile e il sogno per cui spese la sua di vita.

E che oggi rimbomba nella divina quasi mai ma commedia sempre.

E comprendere il perché di quel sogno lontano, ricamato in un sonetto, desiderio di vivere solo di talento e poesia, di parole e rima, di ritmo e sogno seppur fatto di illusione ci ha pensato il nostro autore.

E tutto parte, secondo la sua fantasia da romanziere con una battaglia sanguinosa, piena di orrore, infermo in terra.

Battaglia in cui il sogno grandioso di un giovane che la vita la voleva mordere, si tramuta in cinismo e disillusione, in stanchezza e rabbia. Rabbia contro il tempo che viene sporcato dall’abbrutimento dell’essere fatto della stessa sostanza di Dio.

Quando tornerai

Mi dicevo, e sai

Ci si mangia il cuore a volte

Per resistere.

Ma poi vivi e dai

E ti accorgi che

Non è tempo più

Di bandiere appese…

E si cambia sai,

Non si aspetta più quando tornerai

Noi oggi abbiamo il Dante delle grandi idee, della perfezione stilistica, dell’impegno civile, dell’ironia sagace e della spiritualità forte e centrata che tentava di unire ciò che il potere aveva allontanato: etica e governo, morale e ragion di stato.

Che sognava in fondo, di restaurare, e qua mi prendo ogni responsabilità, l’antico mondo della Maat egizia.

E che poi diventa solo una lontana chimera.

Aspettarti sai

Mi fa ridere,

A vent’anni aveva un senso

Adesso è inutile

Ecco che l’enigma di Dante si svela davanti ai miei occhi e comprendo, quanto in fondo il poeta sia troppo simile a me, con quella voglia di mangiarselo il mondo, di trovare un significato profondo della politica e che, inevitabilmente si sente tradito proprio da quel sogno.

E ad un tratto avrai quel gesto

che non scordo più,

e risentirò

quella forza mia

di spaccare il mondo

insieme a te…

Ma non basterà

per sentire che sono ancora io.

Roberto Vecchioni

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