“La consuetudine del buio” di Amy Angel, Harper Collins. A cura di Alessandra Micheli

Dal buio è difficile scappare.

Per quanto ci si provi, per quanto si comprenda la sua vischiosa prigionia, spesso è troppo attraente per dire un no fermo e deciso.

In fondo il buio ci nasconde, nasconde il volto, gli occhi e persino le lacrime.

Nasconde il malessere, ma anche i difetti, quei vizi che sembrano correre serafici accanto a noi.

Occulta il marcio che resta cosi un segreto da non rivelare, da trattare all’interno della comunità, lasciando il resto del mondo incosciente a correre verso chissà quale chimera.

Il buio si appiccica alla pelle e diventa la nostra maschera.

Magari sappiamo conviverci o cerchiamo disperatamente di fuggire via.

Ma vogliamo davvero abbandonare l’unica realtà, l’unica consentita, l’unica metodologia di comprensione della stessa, l’unico modo di affrontare le cadute?

Spesso ho visto discepoli del buoi fingere di averlo rinnegato.

Magari tramite astrusi percorsi di realizzazione, magari attraverso elaborate tecniche di autocontrollo.

Eppure basta un nonnulla per tornare alla propria dimora.

Diroccata, piena di movimenti strani e strani sussurri.

Li in quell’oscurità che ci parla con voce gracchiante e che ci spinge a abbracciare il suo pallido e ossuto corpo.

Il buio diventa la nostra consuetudine.

Modo oramai consolidato per dominare quello sfracello che chiamiamo mondo.

Che spesso chiamiamo vita.

E in questo libro, agghiacciante, e doloroso, c’è un cittadina blindata, che decide consapevolmente di non vedere i corpi pieni di ferite e di non udire grida di aiuto.

Tanto che come animali selvatici i diversi, gli esclusi si raggomitolano su se stessi o si uniscono fino a formare quel branco senza coscienza e senza regole.

Pronti a sbranare chi invade il proprio campo, pronti a abbracciare ogni mezzo lecito o no per ottenere un po’.

Di ..serenità.

Neanche di felicità.

Non un pezzo di cielo ma un angolo meno sporco possibile su cui sostare.

Di questo testo oltre cose sono astate dette.

Che non è originale.

Che si capisce subito chi è il colpevole.

Che disturba, per la sua assurda e ottusa crudeltà.

Ma a noi poco deve interessare chi è il colpevole.

Deve interessare perché è nato il colpevole quale bocca blasfema lo ha spinto oltre il limite, quale orrida ossessione lo ha inebriato fino a compiere il peggior atto che un essere umano possa mai compiere.

Vite che sbocciano, spezzate.

Vite che volano sopra una stella, perché capitate nel momento sbagliato sulla strada che porta a una destinazione senza onore e senza gloria.

Non ci interessa la sua originalità ci interessa il suo feroce sorriso di chi ci sussurra: dal buio non si può scappare.

Non se sei nutrito a pane e odio, a vino e violenza.

Non se sei educato alla sopraffazione e alla solitudine, io contro il resto del mondo crudele e senza pietà.

Allora ci si allea con il buio perché qualcuno i torti li deve riparare.

Qualcuno deve pagare il conto.

Qualcuno deve darmi la soddisfazione capace di dare un senso al dolore assurdo che tutti i protagonisti si portano dietro: una vita spezzata dall’odio, una vita allevata con la pura, sogni uccisi all’alba. Amori che violano regolamenti taciti.

Al buio non si scappa se in fondo, pensiamo che sia l’unica madre amorevole che abbiamo.

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