“L’ascesa del popolo maledetto, il destino dei Ruma, volume I” di Marco della Mura. A cura di Rosa Sagripanti.

Questo scritto, oltre ad avere un carattere ed un’importanza letteraria, non può che avere un valore segretamente emotivo e profondamente affettivo.
Percorre, nello sciogliersi delle pagine, i cunicoli della diversità, della forza, del coraggio, del pianto e anche della paura, temi tremendamente universali e senza tempo, così come universali e
senza tempo sono quelle tracce, impronte e strade che si trovano nella storia che abbiamo alle spalle, ma anche nel petto e negli occhi voraci.
Sto soffrendo, come tanti altri, la reclusione in un posto che, più che un paese, sembra un semaforo: sono sulle strisce, vado di fretta, è perennemente rosso, le macchine continuano a passare, sono in ritardo, in ritardo nei confronti della vita -della mia vita-.

Mi sento sola, mi sento ferma, sto soffocando in un’aria che non sembra cambiare, ma poi, quale aria?

Esiste ancora?

Beh, sì!

Qualche mese fa ho conosciuto un certo Elan, un giovane elfo, che mi ha portato con sé – e non so se condivide questa mia opinione – ma credo siamo cresciuti insieme.


Viveva in un posto molto, moooolto tranquillo, statico, oserei dire, eppure aveva, ed ha tutt’ora, in cuor suo, la natura del viaggiatore e, credetemi se vi dico che, niente e nessuno lo hanno mai fermato davvero, né chi camminava troppo lento, ne chi lo voleva morto, né chi, come i suoi fantasmi, volevano riportarlo indietro.


Il viaggio di Elan è il viaggio di chi ama, ma non solo qualcuno o solo qualcosa, Elan ha negli occhi quella luce che serve per rendere questo – o quel posto – un posto migliore.


Questa è una storia di condivisione e di commovente, struggente libertà, questo libro mi ha trascinato fra le montagne, dove quasi riuscivo a sentire il vento fresco sul viso e «i picchi neri che cinguettavano tra i tetti rossi delle case», il tutto grazie alle metafore puntuali, alla dolcezza delle parole usate e alla mano ferma, decisa ed educata che contraddistingue queste pagine, in cui il colore è di preziosa importanza, in cui i cinque sensi sono vivi – vivi delle mani che medicano delle ferite con una cura che, forse, mai nessuno aveva avuto prima, nel gusto del formaggio col miele dei nani che, se guardi bene, sono lì tra le montagne più ad est nella loro valle, nel loro villaggio.


Cinque sensi che si nutrono dell’odore della campagna, a quattro miglia dalla città: mi sono ricordata del legno dei soffitti della mia infanzia, della casa di mamma e di papà.


Cinque sensi che si nutrono della vista di una tigre spaventosa e del suono – o rumore- delle urla paurose dei kuagar, che hanno trovato la loro preda – e sono proprio io- la loro preda-.


Ho scoperto che potevo essere libera, lo sono ancora! Il valore dei libri, dell’arte e della cura, così come la intenderebbe Battiato, sono ciò che disegnano quella linea sottile fra il – sopravvivere- e il – vivere- e, di questo, non posso che esserne grata: sono viva e la vita è una cosa meravigliosa, questo scritto me l’ha ricordato.


Ho sentito freddo, quando i personaggi lo sentivano.


Ho pianto, quando loro piangevano.


Ho amato, mentre si amavano.


Ho camminato con loro, mi sono sentita spaesata quanto loro (e inesperta quanto quel mago che
adoro.)


Ho indossato un’armatura pesantissima nelle loro battaglie – chissà se son sopravvissuta e ora, nell’azzurro della copertina, con gli occhi di un elfo, guardo la luna ed è sola lei e sono sola io, le stelle « non le facevano compagnia, ( la luna) era l’unica cosa sicura in quell’irreale silenzio».


Mi guardo allo specchio, mi accarezzo il viso, era un po’ che non lo facevo.

Mi sento bella come le nane che Marco, lo scrittore, descrive: forse – mi dico – si può viaggiare anche così

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