“Il cammino del sapiente” di Federica Soprani, Saga edizioni. A cura di Alessandra Micheli

L’identità è quello che ci distingue l’uno dall’altro.

Ma non come elemento disgregatorio più che altro come particolarità per iniziare a creare assieme un incredibile colorato mosaico.

Ogni pezzetto di questo disegno è composto di elementi colorati differenti, quasi strani se presi personalmente, ma è nel loro insieme che creano un qualcosa di unico.

Da soli sono brillanti e intriganti, ma nella comunità diventano immagine.

Ecco perché credo nella cooperazione e non nella competizione, perché la competizione mette in un’ inutile sfida un tassello contro l’altro.

La cooperazione invece insegna che siamo bellissimi da soli ma meravigliosi assieme.

Ma perché il tassello, o filo, se immaginiamo la società come un bellissimo arazzo, ha bisogno di comprendere il primario posto e il proprio colore.

Ha bisogno di darsi un nome e di specchiarsi, di guardarsi e imparare a capire come la sua specificità entra a far parte del tutto.

Ecco perché l’identità diviene importante nel percorso di acquisizione di consapevolezza del sé.

Sapere chi si è, quali pulsioni ci guidano, che istinti ci minacciano e quali sogni dentro di noi si agitano, diventa così importante per trasformarsi da individui a uomini.

Intendendo con uomo un qualcosa di generale, non legato al genere sessuale.

Trattenere le proprie pulsioni, o peggio negarle, ci porta ad alimentare frustrazione, dolore e sopratutto discordia.

Perché se non ci accettiamo, se neghiamo il disegno che portiamo tatuato nell’anima, non riusciremo mai, e sottolineo mai, a stare in mezzo al mondo.

Ci sentiremo troppo fragili, costantemente sminuiti o peggio messi alla prova.

O in discussione senza capire il valore del colore che possediamo. Rendendoci preda del potere, politico o societario, che in fondo trova più comodo guidare una massa che un popolo.

La massa è indistinta, è faccenda che si può manipolare, che si può dominare.

Il popolo sceglie, è capace di comprendere e forse, anche di dire no a ogni scelta, a ogni valore che mette a repentaglio quel disegno unico e meraviglioso che un giorno un dio lontano ha sognato per noi.

Ecco, “Il cammino del sapiente” racconta i modi con cui l’identità viene acquisita, con cui si può conoscere il volto segreto di noi stessi.

Perché guardarsi, come racconta una bellissima canzone, non significa soltanto ammirare il proprio volto.

Credi di conoscermi solo perché si conosce il mio nome
Pensi che mi vedi perché hai visto ogni linea del mio viso

Conoscersi è un processo a volte duro, a tratti difficile, un po’ quello che

Briden, da vero sapiente com’è, decide di intraprendere: sperimentare e lasciare che il flusso di sensazioni e sentimenti, di emozioni, anche difficili da digerire, si faccia strada in lui.

Senza remore, senza terrori notturni, senza che questo lo renda inaccettabile non tanto agli occhi dell’esterno quando ai suoi.

Decide di scendere persino dentro un abisso innominabile, sapendo che a prescindere dal trovarci inferno o paradiso, ogni visione sarà per lui motivo di crescita.

Brinden accetta di lasciare che la tempesta danzi su di lui, semplicemente; a differenza del fratello non la combatte.

La accoglie.

Non chiede nulla se non capire quale vero nome pronunciano le sue labbra.

È la differenza tra essere costretto a vedersi e aver bisogno di vedersi, in armonia, senza aspettare nulla se non il ricevere la vera conoscenza del sé.

Che può avvenire soltanto quando feriamo e distruggiamo l’apparenza fatta maschera che da troppo tempo ci copre il viso.

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