“Woby. Storia di un amicizia” di Patrizia Baglioni, Pink Fattory. A cura di Alessandra Micheli

E’ difficile scrivere di libri pieni di ricordi e emozioni, quelle pure e attaccate profondamente calla nostra anima.

E’ difficile condividere la parte più importante di noi stessi con gli altri.

No, non per mancanza di fiducia ma per un certo strano pudore.

Quello che circonda le cose belle preziose e i nostri sacri spazi.

Spazi che appartengono al regno segreto in cui ci rifugiamo dopo un dolore, o una ferita.

Li rannicchiati a leccarci le ferite, come lupi nella notte, decisi a non mollare e a ululare alla luna.

Ognuno no di noi ha questi cassetti segreti.

Alcuni, come me li conservano senza dire nulla.

Altri hanno il coraggio come la nostra Patrizia di raccontarli.

Magari per far ritrovare il coraggio a chi, come me, non vuole condividerli. Abbiamo una ritrosia strana noi umani.

Cosi decisi a mettere in piazza ogni nostro gesto, ogni nostra vacanza perfino l’outfit migliore sui social, nelle foto come a immortalare il nostro apparente successo.

Ma cosi decisi a negare la mondo la parte più bella di noi.

Quella che si nutre di libri magari, o che ha fisso nella mente occhi brillanti e una lingua rasposa.

Oppure corse sfrenate in prati soffici e di un verde brillante.

Siamo strani davvero.

Cosi fieri della conquistata indipendenza, cosi sarcastici verso la vita di paese, quella comunità che definiamo soffocante e invadente.

E cosi tronfi nel mostrare l’attaccamento alle città piene di lusinghe, luci e distrazioni.

Noi che sappiamo come divertirci, tra un aperitivo e un museo. Eppure..

Eppure i nostri occhi non sono affatto felici.

Non so voi miei cari lettori, ma io non sono affatto felice di girare per le strade di una città che amo, ma che inesorabilmente crolla pezzo per pezzo.

Cosi distante dai racconti di un tempo, di quei vicoli brulicanti di voci e odori, tra quella gente sempre pronta a unirsi in un coro cacofonico ma pieno di umanità.

Io non sono fiera di camminare tra gente distratta e tra smog.

Mi sento soffocare, mi sembra che mi sia stato tolto il diritto alla libertà.

Chi non ha mai provato il senso di comunità, il contatto con la natura, insegnate e madre amorevole chi non sperimenta su di se la meravigli dei cicli stagionali o delle fasi lunari forse non capisce il senso di insoddisfazione.

Ed è per questo che la Baglioni ci ha regalato Woby.

Non un racconto di un amicizia speciale, che tanto va di moda oggi.

Oggi in un periodo in cui gli animali di affezione sono cosi fondamentali, è facile e scontato raccontare la bellezza di quel rapporto tra diversi.

No.

Non vuole solo parlare di quello Patrizia.

In questo periodo storico noi siamo stanchi.

Stanchi di cercare senza mai trovare. Stanchi di camminare senza meta.

Stanchi dei palazzi grigi che oscurano un cielo reso grigio.

Stanchi di perdere, un po’ per volta noi stessi.

E Woby profuma di una lontana nostalgia: quella che ci rendeva parte di un qualcosa.

Di terra a cielo.

Di animi grezzi forse ma veri.

Di una famiglia che nei suoi difetti amava vestirsi di semplicità e rallegrarsi per il sole.

Che profuma di torte di mele e cannella, cosi come profumava mia nonna, quando sorridente mi accoglieva in quella cucina che sapeva di misteri e magie.

Mai più soli eppure amanti di un silenzio che si nutriva di piccoli attimi di solitudine.

Mai però capace di annichilire l’anima.

Era il sedersi su un tronco ricco di muschio, leggere e perdersi con i pensieri rincorrendo le nuvole.

Giocando con le sue forme, e immaginando il proprio futuro.

Ecco Woby sa di famiglia.

Sa ci solidarietà.

Di terra e di fango.

Sa di cose buone di amori semplici e per nulla scenografici.

Sa di natura, sa della capacità di accettare la morte e rendere grazie per le vita che si addormenta.

Sa di amicizia e di crescita.

Perché la protagonista di questo libro è ora una donna, che conosce il piccolo valore delle cose.

Che non ha perso la capacità di entusiasmarsi di fronte a un libro o di emozionarsi per delle parole noi che cerchiamo oggi l’acme di ogni emozione, andando dietro all’apparenza, che non conosciamo la sensazione di potere di chi scala un albero o intraprende un faticoso sentiero di montagna.

E da li domina il mondo e domina se stesso.

E sente…di appartenere al cielo.

Alle stelle e alla terra.

Io ogni anno scappo da Roma.

Mi rifugio nel mio bosco e gli racconto ogni dolore.

Piango e urlo.

E il vento mi consola.

E allora corro, corro senza fermarmi.

E il pianto si trasforma in riso.

E sento di appartenere a qualcosa.

Qualcosa di più importante di una community o di un social.

Appartengo alla vita.

E forse anche a Dio.

Anche se in questo libro assomiglia più a un Loba che beve rum e ride forte.

Io ho il mio angolo di paradiso.

Woby se lo permetterete, diventerà il vostro.

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