“L’origine della notte” di Salvatore Stefanelli, Nero Press editore. A cura di Alessandra Micheli

Ritornare a recensire, a immergermi totalmente nello spirito cangiante e a volte oscuro dei libri è una sublime sensazione.

Una droga, una vera droga.

Ma per essere completamente appagata avevo sicuramente bisogno del LIBRO. Non un libro, a quello capace di pulsare e grondare sangue come un cuore appena strappato dal petto dell’eternità.

Sono tornata in forma, nevvero?

E quindi sono completamente sazia, di bellezza e talento, ne raccontarvi la mirabile arte di Salvatore Stefanelli, da me già conosciuto e venerato con i libri precedenti, quelli di Apollinare Neiviller .

Mi ero innamorata della sua ironia, di quelle note cupe sullo sfondo di un mondo urbano in decadimento, di quella commistione tra soprannaturale e materiale che è alla base della nostra esistenza.

Poteva esserci un libro capace di dare di più?

Si ragazzi miei, miei adorati e tetri lettori.

Esiste.

Ed è racchiuso in un racconto lungo, onirico e straordinario.

Un tratto di penna crepuscolare e al tempo stesso dotato di quella raffinatezza letteraria di cui sono assetata, molto più di uno dei discendenti di Klyuvyi.

Gotico.

Tenebroso.

Elegante come il ballo dipinto dal famigerato Poussen.

Eppure inquietante, perché disadorno di luce e di orpelli.

La sua è un eleganza grezza, ruvida e suadente.

E’ il richiamo ai temi cari di ogni letteratura che si rispetti, quella fatta comprendendo appieno il segreto di ogni libro: è l’orrore che spalanca le porte della comprensione e ci rende anime erranti, distanti da tutto ciò che la volgar materia ci impone.

Regole totalmente estranee a una natura ferina che qua si impone, costringendo il lettore a osservarla dapprima con occhi titubanti, poi terrorizzati e infine..affascinati.

E cosi la storia si tinge di rosso.

Da origine a un oscurità che soffoca persino l’animo di creature immortali, cosi lontane dalle nostre miserie.

Eppure..

E’ questo il tocco di classe di Stefanelli.

In questo racconto di perdita e di perdono esiste una nicchia in cui anche il cuore più duro di un “succhiasangue” diventa molle, diventa materia plasmabile nelle mani di qualche beffarda e grottesca divinità.

E questo lato cosi unano, molto più umano di quanto, in realtà gli stessi protagonisti ameranno ammettere, non può modificare, ne soffocare ne redimere fino a fondo la loro ferocia.

Che emerge, esonda e allaga ogni angolo del testo.

Il perdono è nella verità.

Ma è un perdono intinto di cremisi.

E in fondo la nostra incapacità totale di annichilirlo quel mostro che ci ruggisce dentro e che, forse, in fondo amiamo e coccoliamo segretamente.

E alla parola fine immersi in quel mondo gotico eppure cosi moderno, la malia non sarà mai più spezzata.

Resteremo invischiati come fragili prede nella rete dell’origine della notte.

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